martedì 28 novembre 2017

La terza casa

Chiostro del Monastero San Nicolò L'Arena (Catania)


Oggi, percorrendo le scale che mi hanno vista crescere gradino dopo gradino, ho detto a Roby: "Ci possiamo laureare, allontanare da questo posto, ma non ce ne andremo mai veramente da qui". 
Oggi ho avuto la conferma di avere tre case: la prima è quella dove mi aspettano mamma e papà, la seconda è quella dove mi aspettano le mie coinquiline, la terza è quella dove mi aspetta tutto ciò che sono e amo della vita.

Qui ci siamo trovati, e ogni angolo parla di noi.
In questo giardino, ad esempio, ci avevano parlato di Consalvo Uzeda, una mattina in cui ci eravamo improvvisate turiste. Qui io e Roby avevamo fatto le sceme per ore intere, durante quel convegno che avevamo scoperto per caso; qui sono scappata con Daniele per aprire il suo regalo.

Ho sbirciato da questa finestra il giorno in cui ho superato l'esame di latino (il più bello in assoluto di tutti questi anni), quello in cui mi sono laureata (poco prima di discutere la tesi), e tutti quelli in cui ho attraversato lo stesso sporco, immenso e meraviglioso corridoio.
Oggi mi sono affacciata ancora una volta mentre Angela, ammutolita per il terrore, stava per affrontare la commissione, Tosco e Federico avevano perso il controllo del piede destro e io e Roby facevamo, come sempre, le sceme.

È la nostra terza casa, quella in cui ci hanno insegnato tutto, fuorché dire addio al nostro monastero.

domenica 22 ottobre 2017

Un superstite



Questo bel librone apparteneva a mio nonno. Ricordo poco di lui e nulla di questa sua passione che mi ha trasmesso. I suoi tesori li custodiva nella casetta di campagna, la stessa che nei miei ricordi appare già abbandonata e spoglia. Di quel lento accumulare non è rimasto nulla, se non pochi volumi che papà ha strappato a topi e umidità. 

Mio nonno non aveva studiato; i soldi non bastavano. Si accontentava di leggere, quando poteva, e mettere da parte il denaro necessario per regalare ai suoi figli il bene più prezioso: l'istruzione.
So che amava Verga, Capuana, Maupassant; so che aveva un'amica professoressa che, di tanto in tanto, gli regalava dei libri. Credo che questo sia stato un suo regalo: c'è il nome di una donna sulla prima pagina, e papà mi ha detto che potrebbe trattarsi proprio di lei.

La prima cosa che ho notato è stata l'anno di pubblicazione: 1958. Il nonno aveva all'epoca 37 anni, papà ne aveva 3, la casa dei nonni, che per più di cinquant'anni ha custodito il loro amore, non era ancora stata edificata.
Questo libro è l'unico superstite di una vita che non ho vissuto, e ora è qui, meravigliosamente ingiallito ma intatto, pronto a raccontare ancora una volta le stesse storie.

"Giovanna finì di far le valigie e s'avvicinò alla finestra". Questa è la seconda cosa che ho notato: la prima parola è il nome di mia nonna.
Insomma, ho tra le mani i suoi tesori, nella mente il suo bene più prezioso, nel sangue la sua passione.

sabato 26 agosto 2017

L'amica austriaca

«Ti ho mai raccontato?».
Ogni storia della mia amica austriaca comincia così. Comincia e non finisce perché ogni racconto, qualunque esso sia, le richiama alla mente una nuova storia. Così, dopo aver parlato per ore intere, si ferma e si chiede da dove aveva cominciato.

L'amica austriaca. Su di lei si potrebbe scrivere un romanzo d'avventura. Gira il mondo e tiene un diario in cui annota ogni cosa. Non dimentica nulla, fotografa tutto col cuore. Tiro fuori dal frigorifero una bottiglia di caffè freddo e scopro che, dopo sei anni, lei ricorda anche quella!
Le persone sono le mete dei suoi viaggi: ne ha ovunque sparse per il mondo e periodicamente torna a trovarle.
«Non amo le telefonate e i messaggi infiniti. Se posso, se ho abbastanza denaro, se non lavoro, prendo un treno o un aereo e ti raggiungo».

Questa frase me l'ha detta qualche giorno fa, mentre passeggiavamo in riva al mare.
Non tornava qui a Ragusa da sei anni - c'eravamo incontrate solo a Catania - e ora eccola qui.

Ha i capelli più corti, ha tolto il piercing dalle labbra, ha preso qualche chilo ed è innamorata pazza del suo fidanzato palermitano.
"Sembri una sposina" le dice mia mamma, e ha ragione.

Sei anni fa mi raccontava che la Sicilia le aveva rapito il cuore. Era venuta qui in Erasmus e non sarebbe più voluta andar via. Era tornata ogni anno, era rimasta fedele al mare.
«Voglio un fidanzato siciliano». Me lo aveva confidato pochi mesi dopo esserci conosciute. Allora avevo riso, non sapevo che quando vuole qualcosa, qualsiasi cosa, lei la ottiene. E non perché sia arrogante o ambiziosa, ma semplicemente perché fa tutto col cuore di una siciliana e la testa di un'austriaca.
Io ridevo, ma lei faceva sul serio. "Ragazzo siciliano" non lo diceva con leggerezza: aveva capito la nostra Isola, aveva imparato il nostro dialetto e la nostra cultura. L'ho detto: agisce col cuore di una siciliana ma con la testa di un'austriaca. E da brava austriaca sapeva cosa voleva: qualcuno che la mettesse al centro della propria vita, che amasse mangiare tanto e bene, che partisse ovunque insieme a lei ma portandosi sempre dietro la propria Terra di tradizioni, calore e semplicità. Qualcuno con cui pensare di poter avere un figlio, anzi due, fermarsi in un pezzo di terra e costruirci una famiglia rumorosa e allegra, qualcuno con cui addormentarsi la sera sul divano, guardando la tv. Voleva un complice e l'ha trovato. Mentre lo dice ringrazio la vita per averla premiata, per averle regalato il suo "ragazzo siciliano".
Ora ha nuove storie da raccontare, storie che cominciano tutte allo stesso modo:
«Io e Francesco...».
Sono storie d'amore semplici e quotidiane, quelle che io e mamma amiamo ascoltare.

La perdo di vista un attimo e lei parla già con qualcuno. La gente la trova simpatica, le si rivolge con la dolcezza con cui si parla ai bambini. Sarà l'accento da inglesina o quel vizio di voler vedere la gente felice, ma lei piace subito a tutti.

Le ho regalato un paio di orecchini. Una cosa da niente, una piccola sorpresa, eppure lei ha pianto e mi ha detto che era "così felice che più di così non si poteva!".

Ecco perché ho raccontato questa storia. Fa bene al cuore conoscere qualcuno che ancora si commuove per degli orecchini presi in una bancarella, qualcuno che pensa già al discorso da fare durante il mio matrimonio (e io non sto per sposarmi), qualcuno che lascia il suo diario sul divano perché vuole che i miei genitori ci scrivano un pensiero.
Ama la vita e le persone. Con lei accanto sento di aver girato il mondo anch'io.

È la mia amica austriaca. La guardo mentre mi racconta il romanzo che sta leggendo e penso di aver trovato un tesoro tanti anni fa.
«Noi austriaci siamo così. Non ci affezioniamo subito alle persone, ma quando lo facciamo è per sempre».
Come un diamante. Solo che lei preferisce lo smeraldo perché è più colorato. Deve dirlo al suo Francesco.

Tra un discorso e l'altro abbiamo parlato anche di anelli di fidanzamento. Stiamo costruendo legami eterni, stiamo crescendo e ce lo stiamo raccontando strada facendo, camminando in riva al mare.



domenica 20 agosto 2017

Cara tremenda nostalgia


Dai, parla pure, raccontami una storia.
Per oggi mi arrendo, cara tremenda nostalgia. Non dico "celeste", come la canzone, perché qui di celeste ne vedo anche troppo. Il mare è celeste, il cielo è celeste, perfino il telo mare che mi ha appena mostrato mamma è celeste.
Mi arrendo.
Non è vero che accetto il cambiamento e mi godo l'estate, non è vero che all'autunno non ci penso. L'ho ammesso oggi, non appena le nuvole hanno coperto il cielo in modo inaspettato. Una promessa di pioggia che mi ha allagato il cuore.
E allora l'ho ammesso che soffrivo per amore.
Amore per un luogo che forse non mi aspetta più. E allora ne voglio parlare, come fanno tutti gli innamorati troppo a lungo separati.

La nostalgia oggi ha scelto questo angolo di verde, forse perché esso è cornice di tante storie, tutte mie. Una, la più bella, è avvenuta proprio nell' autunno di qualche anno fa.


Su quella panchina, un pomeriggio di ottobre, due ragazzi si lasciavano. E lei, veterana di quelle scene, aveva assistito impotente.
Eppure, quei due non le sembravano stanchi. Confusi, inesperti, sconosciuti, questo sì, ma stanchi no. Nelle loro espressioni non c'era la pesantezza dei lunghi silenzi, la stanchezza dei sentimenti agonizzanti.
Lui, quello che diceva basta, quello che dovrebbe essere il "cattivo" della storia, faceva invece tenerezza. Non voleva ferirla, sceglieva le parole con cura, anche se non sempre ci riusciva.
Non erano stanchi, non erano arrabbiati, non si conoscevano ancora, ma si proteggevano l'uno dall'altro. Ecco cosa c'era di diverso dagli altri addii: questo non aveva motivo di esistere!  Non capivano che così facendo gettavano al vento una di quelle storie di cui i romanzi sono pieni, ma la vita scarseggia?
A dire la verità, la ragazza sembrava rendersene conto. E lui? Farfugliava qualcosa a proposito della loro storia partita col piede sbagliato, e che era giusto troncare. Poi però la prendeva per mano e le sorrideva in un modo che non era amore, eppure scaldava il cuore.
Niente da fare. Alla fine l'aveva lasciata.

Lo aveva fatto davvero.
Lei si era alzata. Voleva tornare a casa, chiamare le amiche, piangere in santa pace.
E lui invece vacillava. Poi le aveva chiesto di restare ancora qualche minuto, perché quel momento era troppo bello per farlo finire. Perché non c'erano mai stati momenti come quello? Le aveva chiesto di fare una passeggiata.
Lei sembrava confusa; annuiva come un burattino.
Si erano allontanati mano nella mano. Erano arrivati lì da soli e adesso andavano via insieme. Strano modo di dirsi addio.

Quei due incoscienti facevano sul serio. Non si erano più rivisti. Per dodici lunghi mesi lei era passata da lì, ma sempre sola. Non si fermava mai. Giunta davanti al sentiero ciottoloso, accelerava il passo.
Era la cara tremenda nostalgia che non finiva.

Ma quella saggia panchina aspettava e non si stancava.
Inutile dire che non si era sbagliata: quell'addio profumava d'amore. Lei sola l'aveva capito.

Oggi siamo in due, io e il ragazzo della panchina. Ne abbiamo percorsa di strada mano nella mano, ma siamo ancora all'inizio. Siamo sempre all'inizio perché le conclusioni non fanno per noi. Lo abbiamo capito in quei dodici lunghi mesi.
Vecchia, saggia panchina!
Un altro autunno è alle porte e la mia cara tremenda nostalgia le chiede solo di farci un po' di posto, ancora per un'altra stagione.






venerdì 4 agosto 2017

L’estremo saluto all’inquilino del comodino

Ormai è noto che sul mio comodino da qualche settimana ci sta solo lui, Il conte di Montecristo
L’ho scritto precedentemente in un post, ne ho parlato con qualcuno e riparlato con qualcun altro.
A rischio di diventare pedante e ripetitiva, oggi qualcosa voglio ancora dirla; glielo devo prima di sfrattarlo definitivamente dal comodino.


Esso è innanzitutto un viaggio.
Dico spesso che ai viaggi nello spazio preferisco quelli nel tempo: ebbene, questo lo è stato.
Sono avida di questo genere di letture, di questi lenti assaggi di eternità. Sono pagine che consentono di sbirciare dalla serratura di porte chiuse per sempre, di origliare dialoghi che hanno la grazia di una poesia, di temere per la vita di un uomo pronto a premere un grilletto pur di salvare il proprio onore.
Ecco il viaggio che vorrei davvero compiere: con questo libro ho esaudito il mio desiderio.

Al viaggio aggiungo la magia.
Ogni oggetto emana un bagliore in grado di accecare l’adulto più cinico e di restituirlo all’età beata in cui si crede a tutto, fuorché alle cose vere. È il miracolo de Le mille e una notte, il Leitmotiv della mia storia di lettrice.
Per questo ho amato questo romanzo, perché ha reso possibile quello che credevo ormai perso per sempre: amare le fiabe, ascoltarle con l’umiltà della bimba che della vita non conosce ancora nulla.

Poi c’è l’uomo.
Si può essere indifferenti al passato, non condividere la mia passione per l’Ottocento, essere immuni dal meraviglioso, farsi beffa della magia. Si può essere, insomma, sordi alla vita, ma si resta pur sempre uomini. E in questo romanzo è racchiusa la storia di un uomo che in una vita ha conosciuto il sapore di tutte le vite possibili.
Ricordo che un pomeriggio di luglio, mentre acquistavo un libro, mi ero trovata a parlare con la libraia di questo romanzo; e in quell’occasione mi era capitato di definire il protagonista un “mostro”. Non so perché mi era sfuggita quella parola, forse perché ero reduce dall’episodio in cui un condannato veniva mazzolato – leggetela quella scena e vediamo se non mi darete ragione – sotto lo sguardo divertito e insensibile del conte. Nei giorni successivi mi ero però pentita di quell’infelice appellativo.
Oggi penso che se quella volta ero ricorsa a quel termine un motivo c’era. Pensateci: non diventiamo forse dei mostri dopo essere stati annientati dal dolore? La sofferenza, quando non uccide, fortifica. Sacra verità. Ma in questo romanzo ne ho trovata una che è forse più vera: “Il dolore, quando non uccide, imbruttisce, o meglio abbrutisce”. Sì, perché Edmondo Dantès ricorda spesso una belva ferita, un vampiro, una roccia simile a quelle della sua isola. Sono rari i momenti in cui c’è dell’altro, ma ci sono. Capita, infatti, che i suoi occhi si riempiano di lacrime e il suo viso terreo si imporpori all’improvviso. È in quegli istanti che l’uomo lotta contro il mostro, che scava nella roccia e cerca uno spiraglio di aria non corrotta dalla rabbia; lotta aggrappandosi all’eco di ciò che è rimasto: i ricordi di un tempo innocente, privo di rabbia e colmo d’amore.

L’uomo riaffiora e vince non appena il tarlo dell’insicurezza comincia a rodere la corazza del dolore. Il dubbio di aver commesso un errore durante la propria “sacra” vendetta, di aver causato la morte di un innocente, di non essere, dunque, lo strumento di Dio ma solo un uomo come tanti. Non conosce più i piani della Provvidenza, il responso degli oracoli. Che si sia sbagliato anche sul conto dell’umanità? Lui che di fronte al plotone d’esecuzione aveva affermato:

"Ecco là un uomo che era rassegnato alla sua sorte e andava incontro alla morte senza resistenze e senza lamentele; sapete che cosa gli dava un po’ di animo? Che cosa lo consolava? Che cosa gli faceva accettare pazientemente la sua condanna? Era questo: che un altro subiva le sue stesse angosce, che un altro andava alla morte con lui, come lui; che un altro sarebbe morto prima di lui. […] ma l’uomo che Dio creò a sua immagine, l’uomo a cui Dio impose come unica, suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Dio diede la voce per esprimere i pensieri, quale grido getta appena sa che il suo compagno è salvo? Un’imprecazione! Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!".

Lui che disprezzava gli uomini e aveva lasciato che al suo servitore tagliassero la lingua pur di avere un servo incapace di parlare, e quindi di nuocere. Lui, che conosceva ogni cosa e non si stupiva di nulla perché poteva avere tutto, ora comincia a barcollare e lascia andare in frantumi la terribile corazza. Ora è pronto a perdonare e ritrovare l’amore, unica vera gioia concessa a chi rinuncia al trono celeste per farsi uomo sulla Terra.
Per fortuna c'è il lieto fine.

Eppure adesso che è finito tutto mi sorge un dubbio: si era davvero sbagliato il giorno dell’esecuzione? Il principio alla base del suo pensiero era il nostro vecchio e innocuo “mal comune mezzo gaudio”. La cara medicina contro le delusioni quotidiane; non c’è mica bisogno di una ghigliottina per ricorrervi: basta un amore finito, un esame andato male, un licenziamento. Il boccone è meno amaro se mandato giù insieme ad altri: ammettiamolo.
Ebbene, c’è da fare attenzione. Lo dice anche il conte che se la goccia di un elisir può salvare la vita a un uomo, cinque gocce della stessa sostanza possono strappargliela in una manciata di minuti.
Si dia il caso, dunque, che anche il nostro innocuo “mal comune mezzo gaudio” vada bevuto a piccoli sorsi, onde evitare di ritrovarci a imprecare perché qualcuno non morirà prima di noi. 

Credo di aver detto tutto. Non resta che trascrivere l’ultima pagina, quella che ho preferito:

«Quanto a voi, Morrel, ecco il motivo segreto della mia condotta verso di voi: volli provarvi che in questo mondo non esiste né felicità assoluta, né assoluta infelicità; esiste solo il paragone tra una condizione e l’altra, ecco tutto. Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità. Bisogna aver voluto morire per sapere quanto è bello vivere. Vivete dunque e siate felici, figli diletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza d’un uomo consisterà in queste due parole: “Attendere e sperare”».

Devo ammetterlo, per una pessimista frettolosa come me, la lettura di alcuni passi non è stata indolore. Mi chiedevo, ad esempio, perché aspettare così tanto prima di svelare al povero Morrel che la sua fidanzata era ancora viva; perché attendere il tentativo di suicidio prima di restituirgli la gioia. La risposta era racchiusa qui, nell’ultima pagina, una delle più belle che abbia mai letto.
Infine, la speranza. Certamente tra le pagine di un romanzo di avventura è più facile sperare; ma nella vita reale, dove pure le avventure non mancano, la speranza spesso scarseggia.

Per quanto mi riguarda, in questo momento, osservando lo spazio vuoto sul comodino, ho un’unica piccola e modesta speranza: quella di riempire quello spazio con un nuovo inquilino che non passi indenne da sottolineature e trascrizioni.

Addio conte, buon viaggio!

martedì 25 luglio 2017

La mia Isola di Montecristo

Sono giorni, questi ultimi residui di luglio, che credo esigeranno un posto in prima fila nella platea dei miei ricordi.
Giorni di afa, letture e brevi passeggiate improvvisate. Sospesi ancora tra un futuro a cui non penso e un passato che non conosce nostalgia. Ho gettato l'ancora sul presente e ne assaporo ogni lento istante, privo di pretese e colmo di fantasia.

Sto vivendo Il conte di Montecristo. 
Alcune circostanze hanno fatto sì che mi ritrovassi sola e senza davvero nulla di importante da fare. Non mi era mai successo. Per pochi giorni tutto si è fermato; e perfino la luna e l'Etna, i muti giganti che puntualmente fanno capolino dalla mia finestra, si sono dileguati tra i vapori densi e dorati dell'estate catanese.
Mi è rimasto solo lui: il librone, rosso come la mia neonata Tesi, e meraviglioso come Le Mille e una notte che giganteggia tra i miei ricordi d'infanzia.

E così ho cominciato a viverlo.
Edmondo Dantés, pardon, Simbad il Marinaio, è salpato nella mia stanzetta arroventata e ha gettato l'ancora per qualche tempo. Complice la temperatura ostile che mi impedisce di dormire, in una manciata di ore ne ho fatto fuori la metà. Certamente ne scriverò, ma al momento voglio solo scattare una fotografia di questi giorni.
Sì, perchè temo che essi si annebbieranno; e che in men che non si dica mi ritroverò a condividere il destino di Franz d'Epinay, all'indomani della notte trascorsa nella grotta di Simbad il Marinaio: crederò di aver sognato, e la mia isola di Montecristo svanirà lentamente all'Orizzonte.

Leggere, con la mente scevra da preoccupazioni, leggere senza guardare l'orologio, senza dormire - questa, a dire il vero, me la sarei risparmiata volentieri - leggere e basta: è questa la mia Isola di Montecristo.
Provateci se potete, per pochi giorni approdate alla vostra isola.







giovedì 20 luglio 2017

La festa della donna

Mancavano pochi giorni alla festa della donna, e avevamo riportato la nonna a casa sua.
Non era mai stata lontana da quella casetta per più di poche ore, mentre ora non ci tornava dal 25 dicembre.

La notte della Vigilia era stata magica, come ogni Vigilia dacché io ricordi. L'avevamo trascorsa tutti insieme a casa sua; lei più vecchia, tanto vecchia da sembrare una bambina. Quella sera l’avevo fatta sedere accanto a me, come anni prima facevo con i cuginetti più piccoli, e le avevo tagliato la carne in pezzetti piccoli piccoli. Aveva mangiato con gusto e mi aveva ringraziata con poche parole e un sorriso da bimba contenta.
Dopo la mezzanotte c’eravamo salutati. Qualche minuto prima lei aveva pianto; io mi ero abbassata fino alla sua minuscola boccuccia e le avevo chiesto perché piangesse: era la notte di Natale ed eravamo tutti insieme; non c’era motivo per essere tristi. Mi aveva risposto che non voleva restare sola quella notte, le mancava il nonno. L’avevo abbracciata e le avevo detto che il giorno dopo sarebbe stata con gli zii, come ogni anno. Sarebbe stata una bella giornata, un bel Natale.
L’indomani era squillato il telefono. Aveva risposto papà, e il terrore sul suo viso non lo dimenticherò mai.
La nonna era caduta, era a terra da diverse ore e non riusciva a rialzarsi.
La corsa in macchina verso il suo paese e poi quella nel corridoio fino alla sua camera da letto. L’avevamo alzata ma aveva troppo male alla gamba; faceva i capricci, non voleva essere toccata, non voleva sentir parlare di ospedale. Non ricordo cosa le dissi per convincerla, ma riuscii a portarla in bagno e a lavarla: in ospedale ci sarebbe andata ma profumata; solo da me si fece spogliare e lavare per bene.

I mesi che seguirono non furono semplici per nessuno, soprattutto per papà: credo che da quel giorno cominciò davvero a invecchiare. Come una splendida candelina che per 86 anni aveva illuminato la sua casetta, la mia nonna si consumò su un letto di ospedale. I medici dicevano che stava bene: il femore era tornato a funzionare; poteva rialzarsi. Ma lei non aveva più voglia di muoversi né parlare con qualcuno. La sera passava a salutarla il nonno; quando lo disse a papà lui ebbe un piccolo brivido lungo la schiena, ma continuò ad accarezzarla come fosse la sua bambina.

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e la riportammo a casa sperando che tra quelle mura, che aveva amato con tutta se stessa, le sarebbe tornata la voglia di vivere tra i vivi. Non fu così.
Quel pomeriggio l’avevano messa in cucina e i miei zii cercavano di farla mangiare. Mi avvicinai per salutarla; era tardi e io papà dovevamo andare via. Non so dove trovò la forza per emettere un piccolo muggito da vitellina ferita che mi fece voltare verso di lei. Fu allora che sollevò il braccio e mi afferrò la mano fissandomi negli occhi con uno sguardo che urlava parole mute.
«Che c’è nonna? Che mi devi dire? Sono qui, dimmelo».
Non mi disse nulla.
Le diedi un bacio e me ne andai. Nei giorni seguenti perse conoscenza; io le stavo accanto sperando che prima o poi tornasse a parlare, che si ricordasse cosa voleva dirmi quel pomeriggio in cucina.
Se ne andò il giorno della festa della donna.

Se avessi potuto le avrei detto di non aver paura, io che invece ne ho sempre così tanta.

lunedì 3 luglio 2017

L'indomabile oratore



Salgo sul pulmino che deve riportarmi e casa e noto con piacere che il posto accanto all’autista è già occupato da un anziano signore. Mi siedo nei sedili posteriori e apro il libro, calcolando che in un paio di ore dovrei riuscire a far fuori un bel po’ di pagine.
Ho l’impressione che i due stiano già parlando da un po’, quindi posso tranquillamente ignorare la loro presenza e dedicarmi al mio libro.
«Signorina lei dove abita?».
«Scusi?».
L’anziano signore gira di poco la testa in attesa di una risposta, ma non me ne dà il tempo. 
«A Ragusa lei dove abita? Sa, io sto in centro, non ho voluto lasciare il centro storico. Ho pensato che da anziano avrei voluto parlare con la gente, uscire di casa e conoscere qualcuno che fosse ancora su questa Terra come me… A me piace tanto parlare; a lei signorina?».
«Sì certo, fa bene».
«Mi piace cercare di capire le persone...».
«Fa bene».
Torno a leggere. 
«Lei, signorina, è mai stata a Messina?».
«Di passaggio, solo per prendere il traghetto».
«Sa che a Messina c’è una fontana antichissima realizzata da un allievo di Michelangelo?».
«Non lo sapevo... Che bello».
Comincio a perdere le speranze col mio libro.
«Lei conosce bene la storia di Ragusa?».
«No, mi dispiace».
«Non è mica colpa sua… Sa che nel Duomo di san Giorgio c’è un altare realizzato…Lo guardi la prossima volta… Una volta ho incontrato un mio ex alunno; mi ha detto… Sono stato felice (…)».
«Lei era un insegnante? Lo avevo intuito».
Piccola sosta, i due scendono dal pullman per prendere un caffè e io ritorno al mio libro. Dopo pochi minuti, eccolo che ritorna.
«Tenga signorina, questo lo deve assaggiare».
Guardo con faccia perplessa il fagottino che mi ha messo in mano.
«Non starà mica facendo il digiuno? Sa, una volta ho offerto un biscotto a una bambina, ma lei mi ha detto che stava facendo il Ramadan. Per questo glielo chiedo… magari non può mangiare… Lo mangi, è buono».
Avvolto in un fazzoletto c’è un piccolo biscotto ripieno di nutella. Lo guardo: ora mi ricorda davvero mio nonno quando voleva farmi assaggiare le pannocchie. Pensandoci bene mi ricorda anche quei vecchietti che se ne stanno seduti alla fermata degli autobus in attesa del prossimo carusu a cui raccontare la loro vita. 
«Si figuri signorina. E quindi cosa studia il suo ragazzo? (…) Sa che a Messina ci sono due quadri di Caravaggio? (…) Ha fatto il liceo classico? (…) ».
L’indomabile oratore ha vinto. Il libro torna in borsa. 
Ora però mi comincia ad interessare quello che ha da dire, il come lo dice. Sembra di ascoltare una cantilena, interrotta ogni tanto da qualche “Lei cosa ne pensa signorina?” oppure “Lo sa questo signorina?”. 
Così mi comincia a parlare dei suoi alunni e nei suoi occhi si accende qualcosa, la cantilena diventa quasi triste. 
«Non si stanchi mai dei suoi alunni, signorina. Cerchi di ascoltarli. Sono loro a darle il pane, sono il suo datore di lavoro, li ascolti. Non si stanchi di capirli. Non si stanchi di parlare con la gente».
«E mi dica, Caltagirone la conosce?»
«Non molto. Lei è di Caltagirone?».
«Ho i miei genitori lì. Qualche volta vado a trovarli al cimitero. A dire il vero ho anche l’anima lì. Sa, il corpo l’ho portato in giro un po’ dappertutto ma l’anima, quella resta dove si è stati bambini. Ci resta anche quando non c’è il corpo. Quindi vado a trovare i miei genitori e so che li trovo ancora lì».
Mi racconta la storia di un suo vecchio zio, un tipo bizzarro, una sorta di dandy allergico al lavoro che era partito per l’America con una ricca sposina ed era morto quando lei lo aveva obbligato a lavorare. Sembra quasi una leggenda. Rido e gli dico che sembra di ascoltare la storia di un nobile decaduto. Ride anche lui e mi dice che sua madre apparteneva ai Vinciguerra, chi lo sa, magari il vecchio zio impazzì a causa dei residui blu che ancora gli scorrevano nelle vene.
«Ecco si fermi, io abito qui. Grazie mille. Buona fortuna, signorina. Magari la prossima volta le continuo il racconto».
Scende. Lo guardo mentre raggiunge la signora ricurva che lo aspetta davanti alla porta. 

Mi sembra ancora più vecchio. Mi sembra venuto fuori da una delle storie che mi ha raccontato, o forse è solo un insegnante che per poche ore ha deciso di tornare in cattedra a insegnare la vita.

domenica 2 luglio 2017

La prima Catania non si scorda mai

                                           
Una torrida mattina d’agosto di diversi anni fa avvenne il mio primo incontro con Catania.
A dire il vero non fu proprio il primo: uno c’era già stato, infatti, durante gli anni del Liceo. E tuttavia quella volta mi ero trovata in un’altra Catania, una città simile a tutte le altre in cui si trascorrono poche ore al seguito di una guida, si sgranocchia un panino e si scatta qualche foto.
Poi finì il tempo del Liceo e arrivò il momento di crescere davvero. Si guardarono le mappe della città, si individuarono i quartieri più vicini alla sede della mia futura Università e si fissarono gli appuntamenti con i proprietari di casa.
Quella torrida mattina d’agosto avevo dovuto rinunciare alle mie belle spiagge ragusane ‒ era quello il periodo in cui di ogni giorno d’estate facevamo tesoro ‒ per cercare una “stanza da universitaria”.
Di quella città, ad eccezione di papà che vi aveva trascorso i fantastici anni ‘70, mi avevano parlato tutti malissimo, mettendomi in guardia dai borseggiatori, dal caldo e dalla sporcizia. Stavo andando a morire, insomma.

Quella mattina fu terribile. Nera, la mia prima Catania la ricordo totalmente nera, rovente e ostile. Le strade, tantissime, deserte e polverose. Le case vecchie, con mura fatiscenti e odore di chiuso. 
Incontrai poca gente, per lo più proprietari di case, che mi guidarono attraverso sgabuzzini privi di finestre, cianciando di bollette e mensilità.
Sperai che l’estate non finisse mai, non volli più sentir parlare di Università e mi limitai a scegliere una stanza, rimandando l'orrore a settembre. 

La stanza si trovava in un appartamento immenso, vuoto, con pareti altissime e carta da parati sporca e sbiadita. Ma a me piaceva e decisi che da quel momento dovevo provare a cavarmela: in un modo o nell’altro ero cresciuta.
Cominciai dalla stanza: sarebbe stato il mio rifugio, tanto valeva renderla ospitale e prenderci confidenza. Acquistai, quindi, una quantità esagerata di cianfrusaglie colorate: incenso, quadri, tappeti e quant’altro. Da lì a breve comparve anche la mia tartaruga, folle acquisto da ebbrezza di primo esame.

Ma continuavo a odiare tutto ciò che stava fuori da quei pochi metri quadrati. Le fessure che squarciavano il legno delle finestre lasciavano entrare il frastuono dei clacson, le urla della gente e i rintocchi degli zoccoli (di notte, per le strade, passeggiavano i cavalli). 
E tuttavia qualcosa stava cambiando senza che me ne accorgessi; cominciò proprio da quei pochi metri quadrati sempre più densi dei miei pensieri.
“Non si accettano matricole”. Alcuni annunci sul giornaletto ‒ le case le cercavamo ancora sulla carta ‒ dicevano così. E come dare torto a quei divieti apparentemente  tanto meschini?

Dopo qualche settimana lo “spirito della matricola” mi mutò completamente. Conobbi ragazze con esperienze di vita diverse, che venivano da posti distanti dai miei, ma che erano pronte a cominciare da zero in quella nuova, grande e nera città. 
Cominciarono le feste, le perlustrazioni notturne dei quartieri, le notti insonni e le spaghettate di mezzanotte. Ci raccontammo le nostre vite sulle scale di Piazza Teatro, affollammo pub chiassosi e rincasammo solo quando era già sorto il sole. 

Cominciò anche l’Università e allora sì che mi sembrò di vivere una seconda vita.
         

Il mio ingresso ai Benedettini, sede della Facoltà di Lettere, fu solenne e traumatico.
Certamente si trattava di un posto meraviglioso, ma cosa c’entrava con me? Era spaventosamente grande; facevo fatica a trovare l’uscita e mi muovevo tra ragazzi più grandi, troppo sicuri ed esperti. 
In pochi giorni mi ambientai e conobbi le  nuove “compagne” che mi abituai a chiamare “colleghe”. Ci furono le lezioni, i pranzi e le notti di studio: cominciò, insomma, la leggendaria “vita universitaria”.

Malgrado questi cambiamenti odiavo ancora la città. 
Il fatto è che non dovevo trovarmi lì: sognavo quel “Nord” dove si erano riversati quasi tutti i miei compaesani, desiderosi di cambiare il Mondo o di perdersi in esso. Mi decisi a fare il biglietto e come meta scelsi ovviamente Pisa, di cui dicevano meraviglie.
Finalmente evasi dal “nero” e mi diressi verso il “verde” della Toscana. Furono giorni magnifici, simili a quelli estivi da poco trascorsi.  
Il fattaccio avvenne non appena atterrai a Catania: infatti, scesa dall’aereo non ebbi più alcuna voglia di risalirci. 
Ricordo che accanto a me c’era una famiglia stramba e rumorosa: genitori, una quantità spropositata di figli a carico e un mucchio di canarini impazziti nelle gabbiette. Tutti parlavano ˗ riconobbi subito l’accento catanese ˗ di cibo e si muovevano freneticamente, importunando chiunque gli si trovasse accanto. 
Insomma, avevo di fronte uno di quegli spettacoli che fino a quel momento mi avevano spinta a odiare Catania e le sue stranezze. E invece mi sentii felice fino a scoppiare e non desiderai altro che rituffarmi in quelle strade afose e disordinate. 
“Il paese delle meraviglie” mi era piaciuto: c’erano la neve, il fiume, i prati e le casette colorate; al mercato non si urlava; e camminando non era necessario far attenzione ai bisogni dei cani. Un altro mondo, mite e ordinato. Ma non era il mio.

La prima Catania non si scorda mai e, come ho già detto, la mia fu terribile.
Ma a quella ne seguirono tante altre. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno essa si trasformava; e ancora oggi non riuscirei a descriverne una soltanto che valga per tutte.
Cominciai a conoscerne le stagioni, i luoghi, la gente. Solo una cosa mi frullava in testa e mi frulla ancora oggi: “Catania è vita”.
Tutto qui, prendere o lasciare; ma se prendi, quella non ti lascia più.
Una grande storia d’amore, la mia, con questa città. 
Cambiai stagione: l’estate la lasciai ai liceali, per me scelsi l’autunno. In quei giorni la via che ancora oggi percorro tutti i giorni si riempie di foglie e odora di castagne. Cominciano i primi temporali; e le strade tornano a respirare. È quella la stagione in cui le stanze universitarie si ripopolano; e lo “spirito delle matricole” miete le sue nuove e fortunate vittime.

Sono trascorsi diversi, meravigliosi e ricchi anni da quella torrida mattina d’agosto.
In questi giorni ho ripreso a camminare, a volte senza una meta precisa; cerco le tracce di quell’inferno, ma si è dileguato, sfumato nell'afa in cui ho imparato a respirare.
Oggi che ne sono innamorata l’accetto anche così: nera, rovente ma mai ostile con chi la conosce e l’ha vissuta intensamente. 
Forse, a conti fatti, quella prima volta fu tutta colpa dell'estate: crudele stagione, questa, per fare le presentazioni.



giovedì 5 gennaio 2017

Buona la prima...e anche la seconda e la terza.

Forse ti stavo raccontando quella storia del soffitto, che era crollato, e dell'avvocato della padrona di casa a cui avrei dovuto dire che soffrivo d'asma e non potevo più vivere in quelle condizioni.
Forse stavo aggiungendo che non soffrivo affatto di asma; ma che il soffitto era crollato davvero; e avrei dovuto testimoniare il falso a un avvocato, proprio io che le bugie non ne le sapevo raccontare.
Forse stavamo parlando di musica e tu  mi ascoltavi, scettico e divertito, mentre decantavo le lodi del reggae e di tutto quel mondo di feste, festini e colori sgargianti al quale credevo di appartenere.
Se era di feste che si parlava, sicuramente stavo accennando a quella che "proprio io" avevo ideato, quella che sarebbe passata alla storia come "schiuma party".
La raccontavo sempre a tutti, soprattutto a chi non conoscevo.
Avevamo allagato con acqua insaponata il salone di quella 'grotta' in cui vivevamo durante il primo anno di Università e ci eravamo messi a scivolare. Avevamo anche provato a costruire uno scivolo con un armadio; no, non era stata una trovata geniale: ovviamente non si scivolava affatto. Ma io del resto l'avevo previsto. Avevamo anche comprato chili di plastica per coprire le pareti della casa e avevamo isolato il salone con bottiglie disposte in fila davanti alle porte. Sì, cerano voluti mesi; ma ne era valsa la pena. No, non era morto nessuno, anche se un ragazzo era rimasto a terra diversi minuti dopo aver sbattuto la testa. Effettivamente era stato pericoloso; ma ci eravamo divertiti, peccato che non c'eri, non ci conoscevamo ancora.

Ora che ti guardo meglio la tua espressione è proprio quella che hai quando ascolti qualcuno che credi strano o comunque buffo.
Ora lo so e so anche molte altre cose.
So che i miei capelli  li preferisci lunghi e del mio colore, che a tutto quell'ombretto preferisci gli occhiali, che col rossetto non ti piaccio, sto meglio in pigiama.
So che le storie strane e buffe ti piacciono ancora e, quando stai per ascoltarne una, ti metti comodo, con un braccio sul fianco e un'espressione da bimbo divertito.
Questa foto l'ho ritrovata per caso, così come è stato un caso ci fossi anche tu quella sera, che avessi accettato l'invito per un compleanno di cui quasi non conoscevi la festeggiata. È stato un caso l'averti conosciuto e l'avere scoperto che vivevamo nella stessa strada.
Chiamiamolo caso o destino, insomma tutta quella roba in cui io credo e tu forse no. Eppure, qualche minuto fa, quando questa vecchia foto è riemersa dal caos del mio computer, non ci ho visto né il caso né il destino; ci ho visto la prima scena, quella subito dopo il ciak.
Due sconosciuti parlano ad una festa; lei sta raccontando che qualche giorno prima è crollato il soffitto di casa; lui pensa che è davvero una tipa buffa, forse un po' strana ma simpatica, peccato per quei capelli colorati...
Ciak! Buona la prima.




















venerdì 2 dicembre 2016

Il mio angolo

«Signor Mario, posso chiederle una cosa?».

«Dimmi».

«Carla è andata via per sempre, vero?».

Dalla sua espressione desolata ebbi la conferma del mio timore.

«Eh, speriamo di no. Qui si sta bene; la gente torna sempre. Tu non sei forse tornata dopo la prima volta?».

«Sì».

«Sai perché abbiamo dato questo nome alla trattoria? Qui la gente viene quando si stanca di stare al centro del mondo e ha bisogno di un angolo sempre uguale in cui tornare ogni volta diverso».

«Ma sì, magari torna, anche se diversa. Buona notte».  

(tratto da Chiuditi sesamo)




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