"L'amica geniale" di Elena Ferrante







Cari lettori,
torno dopo una lunga pausa per parlarvi di un romanzo che molti di voi conosceranno già: "L'amica geniale" di Elena Ferrante.
Questo post è rivolto a chi lo ha già letto perché sono curiosa di conoscere la vostra opinione in proposito. 
Inserirò il post nella rubrica "L'angolo della lettura", lì dove stanno i romanzi a cui mi sento più legata.


Comincio col dirvi che la libraia che mesi fa mi sconsigliò di leggere "I giorni dell'abbandono" senza prima aver letto la saga de "L'amica geniale" aveva ragione.
Tra i due non c'è partita, per fortuna.

La trama la conoscete già, quindi passo oltre e mi soffermo su ciò che ho amato di questa storia forte, coinvolgente e sincera.
Innanzitutto la cruda disamina di un sentimento complesso e ambivalente qual è l'amicizia. Finalmente è stata fatta pulizia dei soliti stereotipi secondo cui l'amicizia o è pura ed eterna oppure falsa e meschina. Con i personaggi di Lila e Lenù, la Ferrante sembra suggerirci: "Non è tutto necessariamente bianco o nero. Ci si può amare pur macchiandosi di grigio". E sono proprio queste sfumature a rendere realistico il suo romanzo, ma soprattutto vicino alla nostra (o per lo meno alla mia) esperienza di vita.
Ognuno di noi è cresciuto con una Lila, la classica amica che sin da bambini abbiamo assunto come modello, che ci ha spinto a migliorarci, a capire come va il mondo. 

Su chi delle due sia "l'amica geniale" del titolo sembrano non sussistere dubbi: Lila così sicura, già donna in un corpo di bambina, "cattiva" perché è solo così che ci si può adeguare al mondo, colta pur non avendo potuto studiare. Lenù è invece la sua ombra, la bambina spaurita che la segue perché intuisce che da sola non farà mai nulla di buono, la ragazzina goffa che può sì continuare gli studi, ma resterà sempre un passo indietro all'altra.
E poi? Nell'ultima parte tutto si capovolge.
Lila si arrende all'inesorabile sorte che le è toccata sin dalla nascita, ma decide di cadere all'impiedi, sposando ciò che di meglio offre il suo odiato rione. Ha perso e ne è consapevole, ma non lo ammette neanche alla sua unica amica.
Vacilla solo a poche ore dal matrimonio. Lì si scrolla di dosso l'innata fierezza ed esorta Lenù a vivere una vita migliore della sua:
"No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre".
 [...] "Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono".
" Non per te: tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine".
Il titolo è incastonato nell'unica vera dichiarazione di amicizia: il sacrificio di sé che non aspira però  al sacrificio dell'altra. E allora la competizione, l'invidia e le ipocrisie scompaiono.
In questa scena si capovolgono i ruoli: Lenù inizialmente vorrebbe assurgere al ruolo di madre nei confronti della futura sposa: la lava, la veste, pensa di informarla sulle pratiche sessuali di cui lei ha già qualche esperienza. Ma ancora una volta, per l'ultima volta, è Lila a sorprenderla. Il suo desiderio di vederla un passo avanti a sé cos'è se non amore di madre?

I sogni e la letteratura, temi intimamente legati nel testo, sono altri due aspetti che mi hanno fatto riflettere parecchio.
Le bambine crescono sui romanzi, non a caso è con "Piccole donne" che avviene la loro iniziazione letteraria. La lettura è presentata sempre come fuga dal mondo violento e sporco che le ha generate e approdo a una vita migliore.
Entrambe sognano di diventare ricche scrivendo romanzi. Crescendo, però, capiscono che la letteratura non rende ricchi (Donato Sarratore resta povero) ma infelici:

"Fu durante quel percorso verso via Orazio che cominciai a sentirmi in modo chiaro un'estranea resa infelice dalla mia stessa estraneità. [...] Con loro non potevo usare nulla di ciò che imparavo ogni giorno, dovevo contenermi, in qualche modo autodegradarmi".

E i sogni? Venuto meno l'ardore infantile che riusciva a trasfigurare persino un paio di scarpe in oggetti magici dal potere salvifico, ecco cosa resta:

Si guardò allo specchio sollevando un po' il vestito.
"Sono brutte"  disse.
"Non è vero".
Rise in modo nervoso.
"Ma sì, guarda: i sogni della testa sono finiti sotto i piedi".

E con l'immagine delle leggendarie scarpe si conclude il romanzo. Fallisce la strenua lotta di Lila per distinguersi dalla "plebe" e sconfiggere le ingiustizie del mondo incarnate nel camorrista Marcello Solara.
Marcello aveva ai piedi le scarpe acquistate tempo prima da Stefano, suo marito. Era il paio che lei aveva realizzato insieme a Rino facendo e disfacendo per mesi, rovinandosi le mani.
L'amica geniale del romanzo comprende solo alla fine di essere stata ingannata. Non è caduta all'impiedi, quanto piuttosto è stata messa sotto i piedi.
Tocca a Lenù raccogliere l'eredità di Lila e riuscire laddove lei ha fallito; ma per farlo il loro legame deve spezzarsi.
 Devo prenderne atto, pensai: dal mondo di mia madre nemmeno Lila, malgrado tutto, ce l'ha fatta a fuggire. Io invece devo farcela, non posso più essere acquiescente. Devo cancellarla, come sapeva fare la Oliviero quando si presentava a casa nostra per imporle il mio bene.

Avrei molto altro da dire. Mi piacerebbe soffermarmi su ogni piccola verità resa con lo stile essenziale, immediato e tagliente di questa scrittrice dal volto sconosciuto ma di cui ora conosco un pezzo di cuore.

Fatemi sapere cosa vi ha lasciato questo romanzo. A presto miei cari lettori!

  





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