"Una vita" di Guy De Maupassant: una passeggiata lungo il sentiero della vita


Buon giorno cari lettori,
come ricorderete, nell'ultimo post vi ho raccontato di un librone rosso, appartenuto un tempo a mio nonno, e che finalmente ho deciso di leggere. 
Si tratta di un volume dato alle stampe nel 1958 e contenente tre romanzi di Guy De Maupassant; ebbene, in questo post vi dirò qualcosa su quello che ho appena letto, Una vita (da non confondere con il successivo romanzo di Svevo).


Guy De Maupassant (Chateau de Miromesnil 1850 - Parigi 1893) fu un importante scrittore francese che nelle proprie opere immortalò la società francese di fine Ottocento. Figlio di una carissima amica di Gustave Flaubert, possedeva un carattere esuberante e inquieto che lo portò a viaggiare molto e condurre una vita dissoluta. 
Nella sua opera confluirono due anime, solo apparentemente antitetiche: il Naturalismo da una parte,  la letteratura fantastica dall'altra. Le prime esperienze, infatti, risentono della stagione naturalistica, ma col passare del tempo la realtà si sgretola, e alla ragione subentra la follia. 
Morì, a soli 43 anni, in un manicomio dove era stato rinchiuso l'anno precedente, in seguito all'aggravarsi di alcuni disturbi psichici.

Molti dei suoi racconti fantastici li avevo letti anni fa: si trattava di pagine dense di angosce e inquietudini sempre presenti nell'immaginario collettivo, narrazioni brevi e travolgenti che si leggevano tutte d'un fiato.
Avevo conosciuto solo un'anima dello scrittore, mentre con questo romanzo mi sono imbattuta anche nell'altra. 


Autore: Guy De Maupassant
Titolo: Une vie (Una vita)
Editore: Gherardo Casini Editore
Prima pubblicazione: 1883
Pagine: 171


Trama
Di cosa parla Una vita
La "vita" di cui si racconta è quella di Giovanna, protagonista assoluta della narrazione. L'autore ce la presenta, nelle primissime pagine, ancora sedicenne e inesperta su tutto. Bella, pura e sognatrice, appartiene a una famigliola dell'aristocrazia francese che la ama teneramente e le trasmette i valori di semplicità e generosità verso l'intera umanità.
La narrazione comincia nel momento in cui Giovanna conclude la propria  permanenza in collegio e torna a vivere con la famiglia nel castello che un giorno le toccherà in eredità. Non sa nulla della vita, ma muore dal desiderio di conoscerne il sapore; è primavera, ed ella gode del risveglio della natura, vivendo in simbiosi col creato. Sogna ardentemente l'amore; così, dopo poche settimane, sposa il primo ragazzo che incontra, il visconte Giuliano. Questo passo affrettato condurrà alla brutale dissoluzione di ogni illusione. 

La mia lettura

Pissarro, Il giardino pubblico di Pontoise (1874)












Fermatevi un attimo ad osservare questa immagine; è inserita tra le pagine del testo, e credo davvero che ne racchiuda l'intera anima. 
Una vita rievoca i colori e i profumi di una passeggiata lungo il cammino della vita. Sono frequenti i passi in cui si descrivono minuziosamente le passeggiate campestri di Giovanna: in questi i brani l'autore dà prova di tutta la propria squisita eleganza formale e si abbandona, così come la sua eroina, alle gioie della natura. 
Il romanzo comincia in primavera. L'alternanza tra le stagioni è sancita con forza, e ognuna di esse diviene quasi correlativo oggettivo degli stati d'animo della protagonista. 
Non c'è separazione tra gli esseri del creato: in primavera trasudano passione e vitalità; invece con l'arrivo dell'inverno si irrigidiscono, soccombendo al grigiore claustrofobico delle giornate sempre uguali. Perfino Giovanna, quasi sempre immune dai piaceri carnali, ne intuisce il mistero durante una passeggiata per i campi.
Non c'è traccia delle presenze oscure che popoleranno i racconti fantastici dell'autore: l'unico brano in cui esse si manifestano descrive l'allucinazione cui va soggetta Giovanna nell'ultima visita al castello. A mio parere, è qui che risiede il punto più alto della narrazione: il ritorno alle origini, le carezze ai cari luoghi che sono stati muti testimoni di primavere ormai finite per sempre:  
Andava, senza far rumore, e sola nell'immenso castello silenzioso, come in un cimitero. Tutta la sua vita era là dentro. [...] Quando non vide più, attraverso gli alberi, il tetto alto del castello, sentì nel petto un orrendo strazio: sapeva, dentro di sé, d'aver detto addio per sempre alla sua casa.

Il finale mi ha delusa: dopo il ritratto spietato della condizione umana e l'accanirsi (in maniera esagerata) sulla sorte della protagonista, la chiusa forzatamente ottimista sembra suggellare l'ennesima menzogna. 
Una vita racconta il passaggio tra due stagioni, la primavera e l'inverno, l'età dei sogni e quella delle disillusioni; e lo fa in modo scorrevole, delicato, coinvolgente.
Giunti al capolinea, seppure l'autore corra ai ripari e cerchi di offrire uno spiraglio di salvezza, l'unica immagine veritiera che si offre al lettore è quella della vecchia panchina:

Urtò col piede, tra l'erba, in un legno imputridito: l'ultimo resto della panchina su cui tante volte s'era seduta, coi suoi, della panchina che era stata messa lì lo stesso giorno della prima visita di Giuliano.

Non c'è salvezza in questa storia, come non ci fu nella vita del suo autore.
Se amate i romanzi d'altri tempi, questo fa al caso vostro. Fatemi sapere cosa ne pensate. 
Buona lettura :-)


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