venerdì 4 agosto 2017

L’estremo saluto all’inquilino del comodino

Ormai è noto che sul mio comodino da qualche settimana ci sta solo lui, Il conte di Montecristo
L’ho scritto precedentemente in un post, ne ho parlato con qualcuno e riparlato con qualcun altro.
A rischio di diventare pedante e ripetitiva, oggi qualcosa voglio ancora dirla; glielo devo prima di sfrattarlo definitivamente dal comodino.
Non si tratta di una recensione o di critica letteraria; non ho nulla da dire sullo stile o i richiami intertestuali: questo è il campo indiscusso di professori, critici o blogger di lunga esperienza. A me basta la pura lettura, quella totale e disinteressata, quella che si confonde con la vita: ai romanzi non chiedo nulla, mi siedo comodamente e li ascolto. Alcuni di loro restano muti e passano quindi indenni da sottolineature e trascrizioni cartacee e virtuali; per altri il discorso è diverso, ed ecco allora che interviene la vecchia agenda blu e il neonato angolo virtuale.
Il conte di Montecristo fa parte di questo secondo gruppo e merita dunque questo mio estremo saluto.

Esso è innanzitutto un viaggio.
Dico spesso che ai viaggi nello spazio preferisco quelli nel tempo: ebbene, questo lo è stato.
Devo ammettere che sono avida di questo genere di letture: le preferisco perché è con esse che si ha un assaggio di eternità. Sono pagine che consentono di sbirciare dalla serratura di porte chiuse per sempre, di origliare quei dialoghi che hanno la grazia di una poesia, di temere per la vita di un uomo pronto a premere un grilletto pur di salvare il proprio onore.
Ecco il viaggio che vorrei davvero compiere: con questo libro ho esaudito il mio desiderio.

Al viaggio aggiungo la magia.
Ogni oggetto emana un bagliore in grado di accecare l’adulto più cinico e di restituirlo all’età beata in cui si crede a tutto fuorché alle cose vere. È il miracolo de Le mille e una notte, il Leitmotiv della mia storia di lettrice.
Per questo ho amato questo romanzo, perché ha reso possibile quello che credevo ormai perso per sempre: amare le fiabe, ascoltarle con l’umiltà della bimba che della vita non conosce ancora nulla.

Poi c’è l’uomo.
Si può essere indifferenti al passato, non condividere la mia passione per l’Ottocento, essere immuni dal meraviglioso, farsi beffa della magia. Si può essere, insomma, sordi alla vita, ma si resta pur sempre uomini. E in questo romanzo è racchiusa la storia di un uomo che in una vita ha conosciuto il sapore di tutte le vite possibili.
Ricordo che un pomeriggio di luglio, mentre acquistavo un libro, mi ero trovata a parlare con la libraia di questo romanzo e in quell’occasione mi era capitato di definire il protagonista un “mostro”. Non so perché mi era sfuggita quella parola, forse perché ero reduce dall’episodio in cui un condannato veniva mazzolato – leggetela quella scena e vediamo se non mi darete ragione – sotto lo sguardo divertito e insensibile del conte. Nei giorni successivi mi ero però pentita di quell’infelice appellativo.
Oggi penso che se quella volta ero ricorsa a quel termine un motivo c’era: pensateci, non diventiamo forse dei mostri dopo essere stati annientati dal dolore? La sofferenza, quando non uccide, fortifica. Sacra verità. Ma in questo romanzo ne ho trovata una che è forse più vera: “Il dolore, quando non uccide, imbruttisce, o meglio abbrutisce”. Sì, perché Edmondo Dantès ricorda spesso una belva ferita, un vampiro, una roccia simile a quelle della sua isola. Sono rari i momenti in cui c’è dell’altro, ma ci sono. Capita, infatti, che i suoi occhi si riempiano di lacrime e il suo viso terreo si imporpori all’improvviso. È in quegli istanti che l’uomo lotta contro il mostro, che scava nella roccia e cerca uno spiraglio di aria non corrotta dalla rabbia; lotta aggrappandosi all’eco di ciò che è rimasto: i ricordi di un tempo innocente privo di rabbia e colmo d’amore.

L’uomo riaffiora e vince non appena il tarlo dell’insicurezza comincia a rodere la corazza del dolore. Il dubbio di aver commesso un errore durante la propria “sacra” vendetta, di aver causato la morte di un innocente, di non essere, dunque, lo strumento di Dio ma solo un uomo come tanti. Non conosce più i piani della Provvidenza, il responso degli oracoli. Che si sia sbagliato anche sul conto dell’umanità? Lui che di fronte al plotone d’esecuzione aveva affermato:

"Ecco là un uomo che era rassegnato alla sua sorte e andava incontro alla morte senza resistenze e senza lamentele; sapete che cosa gli dava un po’ di animo? Che cosa lo consolava? Che cosa gli faceva accettare pazientemente la sua condanna? Era questo: che un altro subiva le sue stesse angosce, che un altro andava alla morte con lui, come lui; che un altro sarebbe morto prima di lui. […] ma l’uomo che Dio creò a sua immagine, l’uomo a cui Dio impose come unica, suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Dio diede la voce per esprimere i pensieri, quale grido getta appena sa che il suo compagno è salvo? Un’imprecazione! Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!".

Lui che disprezzava gli uomini e aveva lasciato che al suo servitore tagliassero la lingua pur di avere un servo incapace di parlare, e quindi di nuocere. Lui, che conosceva ogni cosa e non si stupiva di nulla perché poteva avere tutto, ora comincia a barcollare e lascia andare in frantumi la terribile corazza. Ora è pronto a perdonare e ritrovare l’amore, unica vera gioia concessa a chi rinuncia al trono celeste per farsi uomo sulla Terra.
Per fortuna c'è il lieto fine.

Eppure adesso che è finito tutto mi sorge un dubbio: si era davvero sbagliato il giorno dell’esecuzione? Quelle parole mi ronzano ancora in testa. Il principio alla base del suo pensiero era il nostro vecchio e innocuo “mal comune mezzo gaudio”. La cara medicina contro le nostre delusioni quotidiane; non c’è mica bisogno di una ghigliottina per ricorrervi: basta un amore finito, un esame andato male, un licenziamento. Il boccone è meno amaro se mandato giù insieme ad altri, ammettiamolo.
Ebbene, c’è da fare attenzione. Lo dice anche il conte che se la goccia di un elisir può salvare la vita a un uomo, cinque gocce della stessa sostanza possono strappargliela in una manciata di minuti.
Si dia il caso, dunque, che anche il nostro innocuo “mal comune mezzo gaudio” vada bevuto a piccoli sorsi, onde evitare di ritrovarci a imprecare perché qualcuno non morirà prima di noi. 

Credo di aver detto tutto. Non resta che trascrivere l’ultima pagina, quella che ho preferito:

«Quanto a voi, Morrel, ecco il motivo segreto della mia condotta verso di voi: volli provarvi che in questo mondo non esiste né felicità assoluta, né assoluta infelicità; esiste solo il paragone tra una condizione e l’altra, ecco tutto. Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità. Bisogna aver voluto morire per sapere quanto è bello vivere. Vivete dunque e siate felici, figli diletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza d’un uomo consisterà in queste due parole: “Attendere e sperare”».

Devo ammetterlo, per una pessimista frettolosa come me, la lettura di alcuni passi non è stata indolore. Mi chiedevo, ad esempio, perché aspettare così tanto prima di svelare al povero Morrel che la sua fidanzata era ancora viva; perché attendere il tentativo di suicidio prima di restituirgli la gioia. La risposta era racchiusa qui, nell’ultima pagina, una delle più belle che abbia mai letto.
Infine, la speranza. Certamente tra le pagine di un romanzo di avventura è più facile sperare; ma nella vita reale, dove pure le avventure non mancano, la speranza spesso scarseggia.

Per quanto mi riguarda, in questo momento, osservando lo spazio vuoto sul comodino, ho un’unica piccola e modesta speranza: quella di riempire quello spazio con un nuovo inquilino che non passi indenne da sottolineature e trascrizioni.

Addio conte, buon viaggio!
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