Cara tremenda nostalgia


Dai, parla pure, raccontami una storia.
Per oggi mi arrendo, cara tremenda nostalgia. Non dico "celeste", come la canzone, perché qui di celeste ne vedo anche troppo. Il mare è celeste, il cielo è celeste, perfino il telo mare che mi ha appena mostrato mamma è celeste.
Mi arrendo.
Non è vero che accetto il cambiamento e mi godo l'estate, non è vero che all'autunno non ci penso. L'ho ammesso oggi, non appena le nuvole hanno coperto il cielo in modo inaspettato. Una promessa di pioggia che mi ha allagato il cuore.
E allora l'ho ammesso che soffrivo per amore.
Amore per un luogo che forse non mi aspetta più. E allora ne voglio parlare, come fanno tutti gli innamorati troppo a lungo separati.

La nostalgia oggi ha scelto questo angolo di verde, forse perché esso è cornice di tante storie, tutte mie. Una, la più bella, è avvenuta proprio nell' autunno di qualche anno fa.


Su quella panchina, un pomeriggio di ottobre, due ragazzi si lasciavano. E lei, veterana di quelle scene, aveva assistito impotente.
Eppure, quei due non le sembravano stanchi. Confusi, inesperti, sconosciuti, questo sì, ma stanchi no. Nelle loro espressioni non c'era la pesantezza dei lunghi silenzi, la stanchezza dei sentimenti agonizzanti.
Lui, quello che diceva basta, quello che dovrebbe essere il "cattivo" della storia, faceva invece tenerezza. Non voleva ferirla, sceglieva le parole con cura, anche se non sempre ci riusciva.
Non erano stanchi, non erano arrabbiati, non si conoscevano ancora, ma si proteggevano l'uno dall'altro. Ecco cosa c'era di diverso dagli altri addii: questo non aveva motivo di esistere!  Non capivano che così facendo gettavano al vento una di quelle storie di cui i romanzi sono pieni, ma la vita scarseggia?
A dire la verità, la ragazza sembrava rendersene conto. E lui? Farfugliava qualcosa a proposito della loro storia partita col piede sbagliato, e che era giusto troncare. Poi però la prendeva per mano e le sorrideva in un modo che non era amore, eppure scaldava il cuore.
Niente da fare. Alla fine l'aveva lasciata.

Lo aveva fatto davvero.
Lei si era alzata. Voleva tornare a casa, chiamare le amiche, piangere in santa pace.
E lui invece vacillava.  Poi le aveva chiesto di restare, che quel momento era troppo bello per farlo finire. Perché non c'erano mai stati momenti come quello? Le aveva chiesto di fare una passeggiata.
Lei sembrava confusa; annuiva come un burattino.
Si erano allontanati mano nella mano. Erano arrivati lì da soli e adesso andavano via insieme. Strano modo di dirsi addio.

Quei due incoscienti facevano sul serio. Non si erano più rivisti. Per dodici lunghi mesi lei era passata da lì, ma sempre sola. Non si fermava mai. Giunta davanti al sentiero ciottoloso, accelerava il passo.
Era la cara tremenda nostalgia che non finiva.

Ma quella saggia panchina aspettava e non si stancava.
Inutile dire che non si era sbagliata: quell'addio profumava d'amore. Lei sola l'aveva capito.

Oggi siamo in due, io e il ragazzo della panchina. Ne abbiamo percorsa di strada mano nella mano, ma siamo ancora all'inizio. Siamo sempre all'inizio perché le conclusioni non fanno per noi. Lo abbiamo capito in quei dodici lunghi mesi.
Vecchia, saggia panchina!
Un altro autunno è alle porte e la mia cara tremenda nostalgia le chiede solo di farci un po' di posto, ancora per un'altra stagione.






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