sabato 26 agosto 2017

L'amica austriaca

«Ti ho mai raccontato?».
Ogni storia della mia amica austriaca comincia così. Comincia e non finisce perché ogni racconto, qualunque esso sia, le richiama alla mente una nuova storia. Così, dopo aver parlato per ore intere, si ferma e si chiede da dove aveva cominciato.

L'amica austriaca. Su di lei si potrebbe scrivere un romanzo d'avventura. Gira il mondo e tiene un diario in cui annota ogni cosa. Non dimentica nulla, fotografa tutto col cuore. Tiro fuori dal frigorifero una bottiglia di caffè freddo e scopro che, dopo sei anni, lei ricorda anche quella!
Le persone sono le mete dei suoi viaggi: ne ha ovunque sparse per il mondo e periodicamente torna a trovarle.
«Non amo le telefonate e i messaggi infiniti. Se posso, se ho abbastanza denaro, se non lavoro, prendo un treno o un aereo e ti raggiungo».

Questa frase me l'ha detta qualche giorno fa, mentre passeggiavamo in riva al mare.
Non tornava qui a Ragusa da sei anni - c'eravamo incontrate solo a Catania - e ora eccola qui.

Ha i capelli più corti, ha tolto il piercing dalle labbra, ha preso qualche chilo ed è innamorata pazza del suo fidanzato palermitano.
"Sembri una sposina" le dice mia mamma, e ha ragione.

Sei anni fa mi raccontava che la Sicilia le aveva rapito il cuore. Era venuta qui in Erasmus e non sarebbe più voluta andar via. Era tornata ogni anno, era rimasta fedele al mare.
«Voglio un fidanzato siciliano». Me lo aveva confidato pochi mesi dopo esserci conosciute. Allora avevo riso, non sapevo che quando vuole qualcosa, qualsiasi cosa, lei la ottiene. E non perché sia arrogante o ambiziosa, ma semplicemente perché fa tutto col cuore di una siciliana e la testa di un'austriaca.
Io ridevo, ma lei faceva sul serio. "Ragazzo siciliano" non lo diceva con leggerezza: aveva capito la nostra Isola, aveva imparato il nostro dialetto e la nostra cultura. L'ho detto: agisce col cuore di una siciliana ma con la testa di un'austriaca. E da brava austriaca sapeva cosa voleva: qualcuno che la mettesse al centro della propria vita, che amasse mangiare tanto e bene, che partisse ovunque insieme a lei ma portandosi sempre dietro la propria Terra di tradizioni, calore e semplicità. Qualcuno con cui pensare di poter avere un figlio, anzi due, fermarsi in un pezzo di terra e costruirci una famiglia rumorosa e allegra, qualcuno con cui addormentarsi la sera sul divano, guardando la tv. Voleva un complice e l'ha trovato. Mentre lo dice ringrazio la vita per averla premiata, per averle regalato il suo "ragazzo siciliano".
Ora ha nuove storie da raccontare, storie che cominciano tutte allo stesso modo:
«Io e Francesco...».
Sono storie d'amore semplici e quotidiane, quelle che io e mamma amiamo ascoltare.

La perdo di vista un attimo e lei parla già con qualcuno. La gente la trova simpatica, le si rivolge con la dolcezza con cui si parla ai bambini. Sarà l'accento da inglesina o quel vizio di voler vedere la gente felice, ma lei piace subito a tutti.

Le ho regalato un paio di orecchini. Una cosa da niente, una piccola sorpresa, eppure lei ha pianto e mi ha detto che era "così felice che più di così non si poteva!".

Ecco perché ho raccontato questa storia. Fa bene al cuore conoscere qualcuno che ancora si commuove per degli orecchini presi in una bancarella, qualcuno che pensa già al discorso da fare durante il mio matrimonio (e io non sto per sposarmi), qualcuno che lascia il suo diario sul divano perché vuole che i miei genitori ci scrivano un pensiero.
Ama la vita e le persone. Con lei accanto sento di aver girato il mondo anch'io.

È la mia amica austriaca. La guardo mentre mi racconta il romanzo che sta leggendo e penso di aver trovato un tesoro tanti anni fa.
«Noi austriaci siamo così. Non ci affezioniamo subito alle persone, ma quando lo facciamo è per sempre».
Come un diamante. Solo che lei preferisce lo smeraldo perché è più colorato. Deve dirlo al suo Francesco.

Tra un discorso e l'altro abbiamo parlato anche di anelli di fidanzamento. Stiamo costruendo legami eterni, stiamo crescendo e ce lo stiamo raccontando strada facendo, camminando in riva al mare.



domenica 20 agosto 2017

Cara tremenda nostalgia


Dai, parla pure, raccontami una storia.
Per oggi mi arrendo, cara tremenda nostalgia. Non dico "celeste", come la canzone, perché qui di celeste ne vedo anche troppo. Il mare è celeste, il cielo è celeste, perfino il telo mare che mi ha appena mostrato mamma è celeste.
Mi arrendo.
Non è vero che accetto il cambiamento e mi godo l'estate, non è vero che all'autunno non ci penso. L'ho ammesso oggi, non appena le nuvole hanno coperto il cielo in modo inaspettato. Una promessa di pioggia che mi ha allagato il cuore.
E allora l'ho ammesso che soffrivo per amore.
Amore per un luogo che forse non mi aspetta più. E allora ne voglio parlare, come fanno tutti gli innamorati troppo a lungo separati.

La nostalgia oggi ha scelto questo angolo di verde, forse perché esso è cornice di tante storie, tutte mie. Una, la più bella, è avvenuta proprio nell' autunno di qualche anno fa.


Su quella panchina, un pomeriggio di ottobre, due ragazzi si lasciavano. E lei, veterana di quelle scene, aveva assistito impotente.
Eppure, quei due non le sembravano stanchi. Confusi, inesperti, sconosciuti, questo sì, ma stanchi no. Nelle loro espressioni non c'era la pesantezza dei lunghi silenzi, la stanchezza dei sentimenti agonizzanti.
Lui, quello che diceva basta, quello che dovrebbe essere il "cattivo" della storia, faceva invece tenerezza. Non voleva ferirla, sceglieva le parole con cura, anche se non sempre ci riusciva.
Non erano stanchi, non erano arrabbiati, non si conoscevano ancora, ma si proteggevano l'uno dall'altro. Ecco cosa c'era di diverso dagli altri addii: questo non aveva motivo di esistere!  Non capivano che così facendo gettavano al vento una di quelle storie di cui i romanzi sono pieni, ma la vita scarseggia?
A dire la verità, la ragazza sembrava rendersene conto. E lui? Farfugliava qualcosa a proposito della loro storia partita col piede sbagliato, e che era giusto troncare. Poi però la prendeva per mano e le sorrideva in un modo che non era amore, eppure scaldava il cuore.
Niente da fare. Alla fine l'aveva lasciata.

Lo aveva fatto davvero.
Lei si era alzata. Voleva tornare a casa, chiamare le amiche, piangere in santa pace.
E lui invece vacillava. Poi le aveva chiesto di restare ancora qualche minuto, perché quel momento era troppo bello per farlo finire. Perché non c'erano mai stati momenti come quello? Le aveva chiesto di fare una passeggiata.
Lei sembrava confusa; annuiva come un burattino.
Si erano allontanati mano nella mano. Erano arrivati lì da soli e adesso andavano via insieme. Strano modo di dirsi addio.

Quei due incoscienti facevano sul serio. Non si erano più rivisti. Per dodici lunghi mesi lei era passata da lì, ma sempre sola. Non si fermava mai. Giunta davanti al sentiero ciottoloso, accelerava il passo.
Era la cara tremenda nostalgia che non finiva.

Ma quella saggia panchina aspettava e non si stancava.
Inutile dire che non si era sbagliata: quell'addio profumava d'amore. Lei sola l'aveva capito.

Oggi siamo in due, io e il ragazzo della panchina. Ne abbiamo percorsa di strada mano nella mano, ma siamo ancora all'inizio. Siamo sempre all'inizio perché le conclusioni non fanno per noi. Lo abbiamo capito in quei dodici lunghi mesi.
Vecchia, saggia panchina!
Un altro autunno è alle porte e la mia cara tremenda nostalgia le chiede solo di farci un po' di posto, ancora per un'altra stagione.






venerdì 4 agosto 2017

L’estremo saluto all’inquilino del comodino

Ormai è noto che sul mio comodino da qualche settimana ci sta solo lui, Il conte di Montecristo
L’ho scritto precedentemente in un post, ne ho parlato con qualcuno e riparlato con qualcun altro.
A rischio di diventare pedante e ripetitiva, oggi qualcosa voglio ancora dirla; glielo devo prima di sfrattarlo definitivamente dal comodino.


Esso è innanzitutto un viaggio.
Dico spesso che ai viaggi nello spazio preferisco quelli nel tempo: ebbene, questo lo è stato.
Sono avida di questo genere di letture, di questi lenti assaggi di eternità. Sono pagine che consentono di sbirciare dalla serratura di porte chiuse per sempre, di origliare dialoghi che hanno la grazia di una poesia, di temere per la vita di un uomo pronto a premere un grilletto pur di salvare il proprio onore.
Ecco il viaggio che vorrei davvero compiere: con questo libro ho esaudito il mio desiderio.

Al viaggio aggiungo la magia.
Ogni oggetto emana un bagliore in grado di accecare l’adulto più cinico e di restituirlo all’età beata in cui si crede a tutto, fuorché alle cose vere. È il miracolo de Le mille e una notte, il Leitmotiv della mia storia di lettrice.
Per questo ho amato questo romanzo, perché ha reso possibile quello che credevo ormai perso per sempre: amare le fiabe, ascoltarle con l’umiltà della bimba che della vita non conosce ancora nulla.

Poi c’è l’uomo.
Si può essere indifferenti al passato, non condividere la mia passione per l’Ottocento, essere immuni dal meraviglioso, farsi beffa della magia. Si può essere, insomma, sordi alla vita, ma si resta pur sempre uomini. E in questo romanzo è racchiusa la storia di un uomo che in una vita ha conosciuto il sapore di tutte le vite possibili.
Ricordo che un pomeriggio di luglio, mentre acquistavo un libro, mi ero trovata a parlare con la libraia di questo romanzo; e in quell’occasione mi era capitato di definire il protagonista un “mostro”. Non so perché mi era sfuggita quella parola, forse perché ero reduce dall’episodio in cui un condannato veniva mazzolato – leggetela quella scena e vediamo se non mi darete ragione – sotto lo sguardo divertito e insensibile del conte. Nei giorni successivi mi ero però pentita di quell’infelice appellativo.
Oggi penso che se quella volta ero ricorsa a quel termine un motivo c’era. Pensateci: non diventiamo forse dei mostri dopo essere stati annientati dal dolore? La sofferenza, quando non uccide, fortifica. Sacra verità. Ma in questo romanzo ne ho trovata una che è forse più vera: “Il dolore, quando non uccide, imbruttisce, o meglio abbrutisce”. Sì, perché Edmondo Dantès ricorda spesso una belva ferita, un vampiro, una roccia simile a quelle della sua isola. Sono rari i momenti in cui c’è dell’altro, ma ci sono. Capita, infatti, che i suoi occhi si riempiano di lacrime e il suo viso terreo si imporpori all’improvviso. È in quegli istanti che l’uomo lotta contro il mostro, che scava nella roccia e cerca uno spiraglio di aria non corrotta dalla rabbia; lotta aggrappandosi all’eco di ciò che è rimasto: i ricordi di un tempo innocente, privo di rabbia e colmo d’amore.

L’uomo riaffiora e vince non appena il tarlo dell’insicurezza comincia a rodere la corazza del dolore. Il dubbio di aver commesso un errore durante la propria “sacra” vendetta, di aver causato la morte di un innocente, di non essere, dunque, lo strumento di Dio ma solo un uomo come tanti. Non conosce più i piani della Provvidenza, il responso degli oracoli. Che si sia sbagliato anche sul conto dell’umanità? Lui che di fronte al plotone d’esecuzione aveva affermato:

"Ecco là un uomo che era rassegnato alla sua sorte e andava incontro alla morte senza resistenze e senza lamentele; sapete che cosa gli dava un po’ di animo? Che cosa lo consolava? Che cosa gli faceva accettare pazientemente la sua condanna? Era questo: che un altro subiva le sue stesse angosce, che un altro andava alla morte con lui, come lui; che un altro sarebbe morto prima di lui. […] ma l’uomo che Dio creò a sua immagine, l’uomo a cui Dio impose come unica, suprema legge l’amore del prossimo, l’uomo a cui Dio diede la voce per esprimere i pensieri, quale grido getta appena sa che il suo compagno è salvo? Un’imprecazione! Onore all’uomo, capolavoro della natura, re del creato!".

Lui che disprezzava gli uomini e aveva lasciato che al suo servitore tagliassero la lingua pur di avere un servo incapace di parlare, e quindi di nuocere. Lui, che conosceva ogni cosa e non si stupiva di nulla perché poteva avere tutto, ora comincia a barcollare e lascia andare in frantumi la terribile corazza. Ora è pronto a perdonare e ritrovare l’amore, unica vera gioia concessa a chi rinuncia al trono celeste per farsi uomo sulla Terra.
Per fortuna c'è il lieto fine.

Eppure adesso che è finito tutto mi sorge un dubbio: si era davvero sbagliato il giorno dell’esecuzione? Il principio alla base del suo pensiero era il nostro vecchio e innocuo “mal comune mezzo gaudio”. La cara medicina contro le delusioni quotidiane; non c’è mica bisogno di una ghigliottina per ricorrervi: basta un amore finito, un esame andato male, un licenziamento. Il boccone è meno amaro se mandato giù insieme ad altri: ammettiamolo.
Ebbene, c’è da fare attenzione. Lo dice anche il conte che se la goccia di un elisir può salvare la vita a un uomo, cinque gocce della stessa sostanza possono strappargliela in una manciata di minuti.
Si dia il caso, dunque, che anche il nostro innocuo “mal comune mezzo gaudio” vada bevuto a piccoli sorsi, onde evitare di ritrovarci a imprecare perché qualcuno non morirà prima di noi. 

Credo di aver detto tutto. Non resta che trascrivere l’ultima pagina, quella che ho preferito:

«Quanto a voi, Morrel, ecco il motivo segreto della mia condotta verso di voi: volli provarvi che in questo mondo non esiste né felicità assoluta, né assoluta infelicità; esiste solo il paragone tra una condizione e l’altra, ecco tutto. Soltanto colui che provò le più grandi sventure è atto a godere le più grandi felicità. Bisogna aver voluto morire per sapere quanto è bello vivere. Vivete dunque e siate felici, figli diletti del mio cuore, e non dimenticate mai che, fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza d’un uomo consisterà in queste due parole: “Attendere e sperare”».

Devo ammetterlo, per una pessimista frettolosa come me, la lettura di alcuni passi non è stata indolore. Mi chiedevo, ad esempio, perché aspettare così tanto prima di svelare al povero Morrel che la sua fidanzata era ancora viva; perché attendere il tentativo di suicidio prima di restituirgli la gioia. La risposta era racchiusa qui, nell’ultima pagina, una delle più belle che abbia mai letto.
Infine, la speranza. Certamente tra le pagine di un romanzo di avventura è più facile sperare; ma nella vita reale, dove pure le avventure non mancano, la speranza spesso scarseggia.

Per quanto mi riguarda, in questo momento, osservando lo spazio vuoto sul comodino, ho un’unica piccola e modesta speranza: quella di riempire quello spazio con un nuovo inquilino che non passi indenne da sottolineature e trascrizioni.

Addio conte, buon viaggio!

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