domenica 2 luglio 2017

La prima Catania non si scorda mai

                                           
Una torrida mattina d’agosto di diversi anni fa avvenne il mio primo incontro con Catania.
A dire il vero non fu proprio il primo: uno c’era già stato, infatti, durante gli anni del Liceo. E tuttavia quella volta mi ero trovata in un’altra Catania, una città simile a tutte le altre in cui si trascorrono poche ore al seguito di una guida, si sgranocchia un panino e si scatta qualche foto.
Poi finì il tempo del Liceo e arrivò il momento di crescere davvero. Si guardarono le mappe della città, si individuarono i quartieri più vicini alla sede della mia futura Università e si fissarono gli appuntamenti con i proprietari di casa.
Quella torrida mattina d’agosto avevo dovuto rinunciare alle mie belle spiagge ragusane ‒ era quello il periodo in cui di ogni giorno d’estate facevamo tesoro ‒ per cercare una “stanza da universitaria”.
Di quella città, ad eccezione di papà che vi aveva trascorso i fantastici anni ‘70, mi avevano parlato tutti malissimo. Mi avevano messo in guardia dai borseggiatori, dal caldo, dalla sporcizia. Stavo andando a morire, insomma.

Quella mattina fu terribile. Nera, la mia prima Catania la ricordo totalmente nera, rovente e ostile. Le strade, tantissime, deserte e polverose. Le case vecchie, con mura fatiscenti e odore di chiuso. Incontrai poca gente, per lo più proprietari di case, che mi guidarono attraverso sgabuzzini privi di finestre, mentre mi parlavano di bollette e mensilità.
Sperai che l’estate durasse per sempre. Dopo quel giorno non volli più sentir parlare di Università; scelsi quindi una camera e non se ne parlò più fino a settembre. 
La stanza apparteneva a un appartamento immenso, vuoto, con pareti altissime e carta da parati sporca e sbiadita. Ma a me piaceva e decisi che da quel momento dovevo provare a cavarmela. In un modo o nell’altro ero cresciuta.
Cominciai dalla stanza: sarebbe stato il mio rifugio, tanto valeva renderla ospitale e prenderci confidenza. Acquistai quindi ogni genere di cianfrusaglia colorata che attirasse la mia attenzione: incenso, quadri, tappeti e quant’altro (ebbene sì, in quel periodo amavo le atmosfere etniche). Da lì a breve comparve anche la mia tartaruga, compagna fedele dei primi anni universitari, folle acquisto da ebbrezza di primo esame.

Continuavo a odiare tutto ciò che stava fuori da quelle quattro mura. Dalle fessure ˗ in più punti il legno delle finestre mancava, così i proprietari si erano affidati alle mani esperte di un falegname, malridotto quanto i suoi utensili ma soprattutto economico, che aveva applicato ovunque del compensato ˗ entrava con prepotenza un cocktail di clacson, urla e rintocchi di zoccoli (soprattutto di notte per le strade passeggiavano dei cavalli). E tuttavia qualcosa cominciò a cambiare; e tutto cominciò da quella stanza che a poco a poco prendeva l’aspetto dei miei pensieri.
“Non si accettano matricole”. Alcuni annunci sul giornaletto ‒ le case le cercavamo ancora sulla carta ‒ dicevano così. E come dare torto a quegli esperti proprietari che per proteggere le loro grotte avrebbero donato un rene?

Dopo qualche settimana lo “spirito della matricola” si impossessò di me e da allora cambiò tutto. Conobbi ragazze con esperienze di vita diverse dalle mie, che venivano da posti distanti da quelli in cui ero cresciuta, ma che erano pronte a cominciare da zero in quella nuova, grande e nera città. Cominciarono le feste, le perlustrazioni notturne della città, le notti insonni e le spaghettate di mezzanotte. Cominciarono i racconti delle nostre brevi vite passate. Cominciammo a conoscerci e collezionare ricordi.

Cominciò anche l’Università e allora sì che mi sembrò di cominciare una nuova vita.
         

Il mio ingresso ai Benedettini, sede della Facoltà di Lettere, fu solenne e spaventoso.
Certamente si trattava di un posto meraviglioso, ma cosa c’entrava con me? Era spaventosamente grande e facevo fatica a trovare l’uscita; ovunque vedevo ragazzi più grandi che si muovevano sicuri tra i corridoi. Erano adulti e io mi sentivo ancora una ragazzina tra i banchi di scuola.
In pochi giorni cominciai ad ambientarmi ‒ orientarmi no, in quello faccio fatica ancora adesso ‒ e conobbi le mie nuove “compagne”, che dopo qualche tempo mi abituai a chiamare “colleghe”. Cominciarono le lezioni, i pranzi, le notti di studio.
Cominciò la leggendaria “vita universitaria”.

Malgrado questi cambiamenti quella città la odiavo ancora. Il fatto è che non dovevo trovarmi lì: sognavo quel “Nord” dove si erano riversati quasi tutti i miei compaesani, desiderosi di cambiare il Mondo o di perdersi in esso. Mi decisi a fare il biglietto e come meta scelsi ovviamente Pisa, il “paese delle meraviglie” di alcuni miei amici di allora.
Finalmente evadevo dal “nero” e mi dirigevo verso il “verde” della Toscana; lasciavo il noioso Sud e approdavo al “magnifico Nord”. E certamente quei giorni furono magnifici, simili a quelle avventure estive che mi ero lasciata da poco alle spalle.
Il fattaccio avvenne non appena atterrai a Catania: scesa dall’aereo non avevo più alcuna voglia di risalirci. Ricordo che accanto a me c’era una famiglia stramba quanto rumorosa: era composta dai genitori e una quantità indefinita di ragazzini di diversa età. Tutti parlavano ˗ riconobbi subito l’accento catanese ˗ di cibo e si muovevano in tutte le direzioni, rivolgendo la parola a chiunque vi si trovasse accanto. Non saprei dire se fossero più numerosi i marmocchi o i canarini (erano pieni di bagagli e gabbiette per uccellini). Insomma, avevo di fronte uno di quegli spettacoli che fino a quel momento prima mi avevano fatto detestare Catania e le sue stranezze.
E invece ero felice e non desideravo più altro posto che quella nera, caotica e strana città dove capita di incontrare famiglie come quella, e anche di peggio.
“Il paese delle meraviglie” mi era piaciuto: c’erano la neve, il fiume, i prati, le casette colorate, i locali; la gente non urlava per le strade; e camminando non era necessario far attenzione ai bisogni dei cani. Un altro mondo, non vi mancava nulla. Ma non era il mio posto. Quando rientrai nella camera colorata ero già innamorata.

La prima Catania non si scorda mai e, come ho già detto, la mia fu terribile.
A quella Catania ne seguirono tante altre. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno essa si trasformava e ancora oggi non riuscirei a descriverne una soltanto che valga per tutte.
Cominciai a conoscerne le stagioni, i luoghi, la gente. Solo una cosa mi frullava in testa e mi frulla ancora oggi: “Catania è vita”.
Tutto qui, prendere o lasciare; ma se prendi, quella non ti lascia più.
Una grande storia d’amore, la mia, con questa città. Come le migliori storie d’amore, essa è nata dall’odio e si è nutrita di quotidianità fino a diventare essenziale.
Cambiai stagione: l’estate la lasciai ai liceali, per me scelsi l’autunno. In quei giorni la via che ancora oggi percorro tutti i giorni si riempie di foglie e odora di castagne. Cominciano i primi temporali e le strade tornano a respirare. È quella la stagione in cui le stanze universitarie cominciano a ripopolarsi e lo “spirito delle matricole” miete le sue nuove e fortunate vittime.

Sono trascorsi diversi, meravigliosi e ricchi anni da quella torrida mattina d’agosto.
In questi giorni roventi ho ripreso a camminare, a volte senza una meta precisa. Cerco le tracce di quell’Inferno, ma esso si è dileguato; lo ritrovo solo nella memoria ma anche lì ora mi appare diverso.
L’ho detto: non esiste una sola Catania, ma tante sempre diverse.
Potrei raccontarle tutte, ma preferisco tenerle per me e custodirle tra i ricordi più preziosi.

Oggi sono qui, a Catania, nella stagione che ormai detesto. Oggi che ne sono innamorata l’accetto anche così: nera, rovente ma mai ostile con chi la conosce e l’ha vissuta intensamente. Forse, a conti fatti, quella prima volta fu tutta colpa dell'estate: crudele stagione, questa, per fare le presentazioni.



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