La festa della donna

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e avevamo riportato la nonna a casa sua.
Non era mai stata lontana da quella casetta per più di poche ore, mentre ora non ci tornava dal 25 dicembre.

La notte della Vigilia era stata magica, come ogni Vigilia dacché io ricordi. L'avevamo trascorsa tutti insieme a casa sua; lei più vecchia, tanto vecchia da sembrare una bambina. Quella sera l’avevo fatta sedere accanto a me, come anni prima facevo con i cuginetti più piccoli, e le avevo tagliato la carne in pezzetti piccoli piccoli. Aveva mangiato con gusto e mi aveva ringraziato con poche parole e un sorriso da bimba contenta.
Dopo la mezzanotte c’eravamo salutati. Qualche minuto prima lei aveva pianto; io mi ero abbassata fino alla sua minuscola boccuccia e le avevo chiesto perché piangesse: era la notte di Natale ed eravamo tutti insieme, non c’era motivo per essere tristi. Mi aveva risposto che non voleva restare sola quella notte, le mancava il nonno. L’avevo abbracciata e le avevo detto che il giorno dopo sarebbe stata con gli zii, come ogni anno. Sarebbe stata una bella giornata, un bel Natale.
L’indomani era squillato il telefono. Aveva risposto papà, e il terrore sul suo viso non lo dimenticherò mai.
La nonna era caduta, era a terra da diverse ore e non riusciva a rialzarsi.
La corsa in macchina verso il suo paese e poi quella nel corridoio fino alla sua camera da letto. L’avevamo alzata ma aveva troppo male alla gamba; faceva i capricci, non voleva essere toccata, non voleva sentir parlare di ospedale. Non ricordo cosa le dissi per convincerla, ma riuscii a portarla in bagno e a lavarla: in ospedale ci sarebbe andata ma profumata; solo da me si fece spogliare e lavare per bene.

I mesi che seguirono non furono semplici per nessuno, soprattutto per papà: credo che da quel giorno cominciò davvero a invecchiare. Come una splendida candelina che per 86 anni aveva illuminato la sua casetta, la mia nonna si consumò su un letto di ospedale. I medici dicevano che stava bene: il femore era tornato a funzionare; poteva rialzarsi. Ma lei non aveva più voglia di muoversi e parlare con nessuno. La sera passava a salutarla il nonno; quando lo disse a papà lui ebbe un piccolo brivido lungo la schiena, ma continuò ad accarezzarla come fosse la sua bambina.

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e la riportammo a casa sperando che tra quelle mura, che aveva amato con tutta se stessa, le sarebbe tornata la voglia di vivere tra i vivi. Non fu così.
Quel pomeriggio l’avevano messa in cucina e i miei zii cercavano di farla mangiare. Mi avvicinai per salutarla; era tardi e io papà dovevamo andare via. Non so dove trovò la forza per emettere un piccolo muggito da vitellina ferita che mi fece voltare verso di lei. Fu allora che sollevò il braccio e mi afferrò la mano fissandomi negli occhi con uno sguardo che urlava parole mute.
«Che c’è nonna? Che mi devi dire? Sono qui, dimmelo».
Non mi disse nulla.
Le diedi un bacio e me ne andai. Nei giorni seguenti perse conoscenza; io le stavo accanto sperando che prima o poi tornasse a parlare, che si ricordasse cosa voleva dirmi quel pomeriggio in cucina.
Se ne andò il giorno della festa della donna.

Se avessi potuto le avrei detto di non aver paura, io che invece ne ho sempre così tanta.
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