martedì 25 luglio 2017

La mia Isola di Montecristo

Sono giorni, questi ultimi residui di luglio, che credo esigeranno un posto in prima fila nella platea dei miei ricordi.
Giorni di afa, letture e brevi passeggiate improvvisate. Sospesi ancora tra un futuro a cui non penso e un passato che non conosce nostalgia. Ho gettato l'ancora sul presente e ne assaporo ogni lento istante, privo di pretese e colmo di fantasia.

Sto vivendo Il conte di Montecristo. 
Alcune circostanze hanno fatto sì che mi ritrovassi sola e senza davvero nulla di importante da fare. Non mi era mai successo. Per pochi giorni tutto si è fermato; e perfino la luna e l'Etna, i muti giganti che puntualmente fanno capolino dalla mia finestra, si sono dileguati tra i vapori densi e dorati dell'estate catanese.
Mi è rimasto solo lui: il librone, rosso come la mia neonata Tesi, e meraviglioso come Le Mille e una notte che giganteggia tra i miei ricordi d'infanzia.

E così ho cominciato a viverlo.
Edmondo Dantés, pardon, Simbad il Marinaio, è salpato nella mia stanzetta arroventata e ha gettato l'ancora per qualche tempo. Complice la temperatura ostile che mi impedisce di dormire, in una manciata di ore ne ho fatto fuori la metà. Certamente ne scriverò, ma al momento voglio solo scattare una fotografia di questi giorni.
Sì, perchè temo che essi si annebbieranno; e che in men che non si dica mi ritroverò a condividere il destino di Franz d'Epinay, all'indomani della notte trascorsa nella grotta di Simbad il Marinaio: crederò di aver sognato, e la mia isola di Montecristo svanirà lentamente all'Orizzonte.

Leggere, con la mente scevra da preoccupazioni, leggere senza guardare l'orologio, senza dormire - questa, a dire il vero, me la sarei risparmiata volentieri - leggere e basta: è questa la mia Isola di Montecristo.
Provateci se potete, per pochi giorni approdate alla vostra isola.







giovedì 20 luglio 2017

La festa della donna

Mancavano pochi giorni alla festa della donna, e avevamo riportato la nonna a casa sua.
Non era mai stata lontana da quella casetta per più di poche ore, mentre ora non ci tornava dal 25 dicembre.

La notte della Vigilia era stata magica, come ogni Vigilia dacché io ricordi. L'avevamo trascorsa tutti insieme a casa sua; lei più vecchia, tanto vecchia da sembrare una bambina. Quella sera l’avevo fatta sedere accanto a me, come anni prima facevo con i cuginetti più piccoli, e le avevo tagliato la carne in pezzetti piccoli piccoli. Aveva mangiato con gusto e mi aveva ringraziata con poche parole e un sorriso da bimba contenta.
Dopo la mezzanotte c’eravamo salutati. Qualche minuto prima lei aveva pianto; io mi ero abbassata fino alla sua minuscola boccuccia e le avevo chiesto perché piangesse: era la notte di Natale ed eravamo tutti insieme; non c’era motivo per essere tristi. Mi aveva risposto che non voleva restare sola quella notte, le mancava il nonno. L’avevo abbracciata e le avevo detto che il giorno dopo sarebbe stata con gli zii, come ogni anno. Sarebbe stata una bella giornata, un bel Natale.
L’indomani era squillato il telefono. Aveva risposto papà, e il terrore sul suo viso non lo dimenticherò mai.
La nonna era caduta, era a terra da diverse ore e non riusciva a rialzarsi.
La corsa in macchina verso il suo paese e poi quella nel corridoio fino alla sua camera da letto. L’avevamo alzata ma aveva troppo male alla gamba; faceva i capricci, non voleva essere toccata, non voleva sentir parlare di ospedale. Non ricordo cosa le dissi per convincerla, ma riuscii a portarla in bagno e a lavarla: in ospedale ci sarebbe andata ma profumata; solo da me si fece spogliare e lavare per bene.

I mesi che seguirono non furono semplici per nessuno, soprattutto per papà: credo che da quel giorno cominciò davvero a invecchiare. Come una splendida candelina che per 86 anni aveva illuminato la sua casetta, la mia nonna si consumò su un letto di ospedale. I medici dicevano che stava bene: il femore era tornato a funzionare; poteva rialzarsi. Ma lei non aveva più voglia di muoversi né parlare con qualcuno. La sera passava a salutarla il nonno; quando lo disse a papà lui ebbe un piccolo brivido lungo la schiena, ma continuò ad accarezzarla come fosse la sua bambina.

Mancavano pochi giorni alla festa della donna e la riportammo a casa sperando che tra quelle mura, che aveva amato con tutta se stessa, le sarebbe tornata la voglia di vivere tra i vivi. Non fu così.
Quel pomeriggio l’avevano messa in cucina e i miei zii cercavano di farla mangiare. Mi avvicinai per salutarla; era tardi e io papà dovevamo andare via. Non so dove trovò la forza per emettere un piccolo muggito da vitellina ferita che mi fece voltare verso di lei. Fu allora che sollevò il braccio e mi afferrò la mano fissandomi negli occhi con uno sguardo che urlava parole mute.
«Che c’è nonna? Che mi devi dire? Sono qui, dimmelo».
Non mi disse nulla.
Le diedi un bacio e me ne andai. Nei giorni seguenti perse conoscenza; io le stavo accanto sperando che prima o poi tornasse a parlare, che si ricordasse cosa voleva dirmi quel pomeriggio in cucina.
Se ne andò il giorno della festa della donna.

Se avessi potuto le avrei detto di non aver paura, io che invece ne ho sempre così tanta.

lunedì 3 luglio 2017

L'indomabile oratore



Salgo sul pulmino che deve riportarmi e casa e noto con piacere che il posto accanto all’autista è già occupato da un anziano signore. Mi siedo nei sedili posteriori e apro il libro, calcolando che in un paio di ore dovrei riuscire a far fuori un bel po’ di pagine.
Ho l’impressione che i due stiano già parlando da un po’, quindi posso tranquillamente ignorare la loro presenza e dedicarmi al mio libro.
«Signorina lei dove abita?».
«Scusi?».
L’anziano signore gira di poco la testa in attesa di una risposta, ma non me ne dà il tempo. 
«A Ragusa lei dove abita? Sa, io sto in centro, non ho voluto lasciare il centro storico. Ho pensato che da anziano avrei voluto parlare con la gente, uscire di casa e conoscere qualcuno che fosse ancora su questa Terra come me… A me piace tanto parlare; a lei signorina?».
«Sì certo, fa bene».
«Mi piace cercare di capire le persone...».
«Fa bene».
Torno a leggere. 
«Lei, signorina, è mai stata a Messina?».
«Di passaggio, solo per prendere il traghetto».
«Sa che a Messina c’è una fontana antichissima realizzata da un allievo di Michelangelo?».
«Non lo sapevo... Che bello».
Comincio a perdere le speranze col mio libro.
«Lei conosce bene la storia di Ragusa?».
«No, mi dispiace».
«Non è mica colpa sua… Sa che nel Duomo di san Giorgio c’è un altare realizzato…Lo guardi la prossima volta… Una volta ho incontrato un mio ex alunno; mi ha detto… Sono stato felice (…)».
«Lei era un insegnante? Lo avevo intuito».
Piccola sosta, i due scendono dal pullman per prendere un caffè e io ritorno al mio libro. Dopo pochi minuti, eccolo che ritorna.
«Tenga signorina, questo lo deve assaggiare».
Guardo con faccia perplessa il fagottino che mi ha messo in mano.
«Non starà mica facendo il digiuno? Sa, una volta ho offerto un biscotto a una bambina, ma lei mi ha detto che stava facendo il Ramadan. Per questo glielo chiedo… magari non può mangiare… Lo mangi, è buono».
Avvolto in un fazzoletto c’è un piccolo biscotto ripieno di nutella. Lo guardo: ora mi ricorda davvero mio nonno quando voleva farmi assaggiare le pannocchie. Pensandoci bene mi ricorda anche quei vecchietti che se ne stanno seduti alla fermata degli autobus in attesa del prossimo carusu a cui raccontare la loro vita. 
«Si figuri signorina. E quindi cosa studia il suo ragazzo? (…) Sa che a Messina ci sono due quadri di Caravaggio? (…) Ha fatto il liceo classico? (…) ».
L’indomabile oratore ha vinto. Il libro torna in borsa. 
Ora però mi comincia ad interessare quello che ha da dire, il come lo dice. Sembra di ascoltare una cantilena, interrotta ogni tanto da qualche “Lei cosa ne pensa signorina?” oppure “Lo sa questo signorina?”. 
Così mi comincia a parlare dei suoi alunni e nei suoi occhi si accende qualcosa, la cantilena diventa quasi triste. 
«Non si stanchi mai dei suoi alunni, signorina. Cerchi di ascoltarli. Sono loro a darle il pane, sono il suo datore di lavoro, li ascolti. Non si stanchi di capirli. Non si stanchi di parlare con la gente».
«E mi dica, Caltagirone la conosce?»
«Non molto. Lei è di Caltagirone?».
«Ho i miei genitori lì. Qualche volta vado a trovarli al cimitero. A dire il vero ho anche l’anima lì. Sa, il corpo l’ho portato in giro un po’ dappertutto ma l’anima, quella resta dove si è stati bambini. Ci resta anche quando non c’è il corpo. Quindi vado a trovare i miei genitori e so che li trovo ancora lì».
Mi racconta la storia di un suo vecchio zio, un tipo bizzarro, una sorta di dandy allergico al lavoro che era partito per l’America con una ricca sposina ed era morto quando lei lo aveva obbligato a lavorare. Sembra quasi una leggenda. Rido e gli dico che sembra di ascoltare la storia di un nobile decaduto. Ride anche lui e mi dice che sua madre apparteneva ai Vinciguerra, chi lo sa, magari il vecchio zio impazzì a causa dei residui blu che ancora gli scorrevano nelle vene.
«Ecco si fermi, io abito qui. Grazie mille. Buona fortuna, signorina. Magari la prossima volta le continuo il racconto».
Scende. Lo guardo mentre raggiunge la signora ricurva che lo aspetta davanti alla porta. 

Mi sembra ancora più vecchio. Mi sembra venuto fuori da una delle storie che mi ha raccontato, o forse è solo un insegnante che per poche ore ha deciso di tornare in cattedra a insegnare la vita.

domenica 2 luglio 2017

La prima Catania non si scorda mai

                                           
Una torrida mattina d’agosto di diversi anni fa avvenne il mio primo incontro con Catania.
A dire il vero non fu proprio il primo: uno c’era già stato, infatti, durante gli anni del Liceo. E tuttavia quella volta mi ero trovata in un’altra Catania, una città simile a tutte le altre in cui si trascorrono poche ore al seguito di una guida, si sgranocchia un panino e si scatta qualche foto.
Poi finì il tempo del Liceo e arrivò il momento di crescere davvero. Si guardarono le mappe della città, si individuarono i quartieri più vicini alla sede della mia futura Università e si fissarono gli appuntamenti con i proprietari di casa.
Quella torrida mattina d’agosto avevo dovuto rinunciare alle mie belle spiagge ragusane ‒ era quello il periodo in cui di ogni giorno d’estate facevamo tesoro ‒ per cercare una “stanza da universitaria”.
Di quella città, ad eccezione di papà che vi aveva trascorso i fantastici anni ‘70, mi avevano parlato tutti malissimo, mettendomi in guardia dai borseggiatori, dal caldo e dalla sporcizia. Stavo andando a morire, insomma.

Quella mattina fu terribile. Nera, la mia prima Catania la ricordo totalmente nera, rovente e ostile. Le strade, tantissime, deserte e polverose. Le case vecchie, con mura fatiscenti e odore di chiuso. 
Incontrai poca gente, per lo più proprietari di case, che mi guidarono attraverso sgabuzzini privi di finestre, cianciando di bollette e mensilità.
Sperai che l’estate non finisse mai, non volli più sentir parlare di Università e mi limitai a scegliere una stanza, rimandando l'orrore a settembre. 

La stanza si trovava in un appartamento immenso, vuoto, con pareti altissime e carta da parati sporca e sbiadita. Ma a me piaceva e decisi che da quel momento dovevo provare a cavarmela: in un modo o nell’altro ero cresciuta.
Cominciai dalla stanza: sarebbe stato il mio rifugio, tanto valeva renderla ospitale e prenderci confidenza. Acquistai, quindi, una quantità esagerata di cianfrusaglie colorate: incenso, quadri, tappeti e quant’altro. Da lì a breve comparve anche la mia tartaruga, folle acquisto da ebbrezza di primo esame.

Ma continuavo a odiare tutto ciò che stava fuori da quei pochi metri quadrati. Le fessure che squarciavano il legno delle finestre lasciavano entrare il frastuono dei clacson, le urla della gente e i rintocchi degli zoccoli (di notte, per le strade, passeggiavano i cavalli). 
E tuttavia qualcosa stava cambiando senza che me ne accorgessi; cominciò proprio da quei pochi metri quadrati sempre più densi dei miei pensieri.
“Non si accettano matricole”. Alcuni annunci sul giornaletto ‒ le case le cercavamo ancora sulla carta ‒ dicevano così. E come dare torto a quei divieti apparentemente  tanto meschini?

Dopo qualche settimana lo “spirito della matricola” mi mutò completamente. Conobbi ragazze con esperienze di vita diverse, che venivano da posti distanti dai miei, ma che erano pronte a cominciare da zero in quella nuova, grande e nera città. 
Cominciarono le feste, le perlustrazioni notturne dei quartieri, le notti insonni e le spaghettate di mezzanotte. Ci raccontammo le nostre vite sulle scale di Piazza Teatro, affollammo pub chiassosi e rincasammo solo quando era già sorto il sole. 

Cominciò anche l’Università e allora sì che mi sembrò di vivere una seconda vita.
         

Il mio ingresso ai Benedettini, sede della Facoltà di Lettere, fu solenne e traumatico.
Certamente si trattava di un posto meraviglioso, ma cosa c’entrava con me? Era spaventosamente grande; facevo fatica a trovare l’uscita e mi muovevo tra ragazzi più grandi, troppo sicuri ed esperti. 
In pochi giorni mi ambientai e conobbi le  nuove “compagne” che mi abituai a chiamare “colleghe”. Ci furono le lezioni, i pranzi e le notti di studio: cominciò, insomma, la leggendaria “vita universitaria”.

Malgrado questi cambiamenti odiavo ancora la città. 
Il fatto è che non dovevo trovarmi lì: sognavo quel “Nord” dove si erano riversati quasi tutti i miei compaesani, desiderosi di cambiare il Mondo o di perdersi in esso. Mi decisi a fare il biglietto e come meta scelsi ovviamente Pisa, di cui dicevano meraviglie.
Finalmente evasi dal “nero” e mi diressi verso il “verde” della Toscana. Furono giorni magnifici, simili a quelli estivi da poco trascorsi.  
Il fattaccio avvenne non appena atterrai a Catania: infatti, scesa dall’aereo non ebbi più alcuna voglia di risalirci. 
Ricordo che accanto a me c’era una famiglia stramba e rumorosa: genitori, una quantità spropositata di figli a carico e un mucchio di canarini impazziti nelle gabbiette. Tutti parlavano ˗ riconobbi subito l’accento catanese ˗ di cibo e si muovevano freneticamente, importunando chiunque gli si trovasse accanto. 
Insomma, avevo di fronte uno di quegli spettacoli che fino a quel momento mi avevano spinta a odiare Catania e le sue stranezze. E invece mi sentii felice fino a scoppiare e non desiderai altro che rituffarmi in quelle strade afose e disordinate. 
“Il paese delle meraviglie” mi era piaciuto: c’erano la neve, il fiume, i prati e le casette colorate; al mercato non si urlava; e camminando non era necessario far attenzione ai bisogni dei cani. Un altro mondo, mite e ordinato. Ma non era il mio.

La prima Catania non si scorda mai e, come ho già detto, la mia fu terribile.
Ma a quella ne seguirono tante altre. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno essa si trasformava; e ancora oggi non riuscirei a descriverne una soltanto che valga per tutte.
Cominciai a conoscerne le stagioni, i luoghi, la gente. Solo una cosa mi frullava in testa e mi frulla ancora oggi: “Catania è vita”.
Tutto qui, prendere o lasciare; ma se prendi, quella non ti lascia più.
Una grande storia d’amore, la mia, con questa città. 
Cambiai stagione: l’estate la lasciai ai liceali, per me scelsi l’autunno. In quei giorni la via che ancora oggi percorro tutti i giorni si riempie di foglie e odora di castagne. Cominciano i primi temporali; e le strade tornano a respirare. È quella la stagione in cui le stanze universitarie si ripopolano; e lo “spirito delle matricole” miete le sue nuove e fortunate vittime.

Sono trascorsi diversi, meravigliosi e ricchi anni da quella torrida mattina d’agosto.
In questi giorni ho ripreso a camminare, a volte senza una meta precisa; cerco le tracce di quell’inferno, ma si è dileguato, sfumato nell'afa in cui ho imparato a respirare.
Oggi che ne sono innamorata l’accetto anche così: nera, rovente ma mai ostile con chi la conosce e l’ha vissuta intensamente. 
Forse, a conti fatti, quella prima volta fu tutta colpa dell'estate: crudele stagione, questa, per fare le presentazioni.



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